Cartoline dal Giappone: l'”Iris” di Mascagni a Pisa

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La nuova produzione della ahimè troppo di rado eseguita Iris di Mascagni andata in scena al Teatro verdi di Pisa il 13 gennaio 2018 mi ha offerto l’occasione di riflettere nuovamente su un’annosa questione: fino a quale punto la messa in scena incide sulla ricezione di un’opera e in che misura ne è effettivamente una parte? Liquidare la questione asserendo che l’unica cosa fissa nella musica è il testo (ovvero la partitura) e che tutto ciò che è variabile (interpretazione, messa in scena) non può far parte dell’opera d’arte mi sembra riduttivo, per quanto possa apparire logico. L’opera di Mascagni, oltre alla scelta di un soggetto altamente disturbante e rivoluzionario, offre un’inventiva timbrica sorprendente, moltissime pagine meravigliose e un’idea musicale di simbiosi tra luce e oscurità e tra una dimensione crudamente realistica e una simbolica molto più vicina a quella di Schreker di quanto verrebbe da supporre. Non si tratta insomma in nessun caso di una partitura minore. Mentre però nel caso di recenti produzioni di altre opere, come per esempio Giulietta e Romeo di Zandonai a Erfurt, una messa in scena spesso imbarazzante non intaccava l’impressione di trovarsi di fronte a un capolavoro che dovrebbe tornare in teatro più spesso, nel caso dell’Iris toscano-giapponese (si tratta di una coproduzione col teatro di Osaka) lo squallore della messa in scena non solo evidenziava tutti i tempi morti della partitura, ma arrivava persino a vanificare alcune delle pagine di maggior effetto. La musica di Mascagni prende vita con la scena, ha bisogno della scena, e ridurre a una patinata cartolina orientale tutto l’enigma della storia della bellissima bambina Iris, strappata alla sua innocenza, venduta come prostituta e morta suicida sulla riva di un fiume, finisce solo col mettere in evidenza tutti i difetti dell’impulsiva scrittura di Mascagni, lasciando emergere qua e là delle pagine interessantissime e soffocando il resto. Là dove il non-regista Hiroki Ihara poco e nulla aveva da fare, come nella grande scena della tentata seduzione tra Osaka (sui nomi giapponesi Illica non si è impegnato tantissimo…) e Iris nel secondo atto, tutto procedeva con estrema naturalezza, ma nelle scene più movimentate l’unico effetto ottenuto era quello di un guazzabuglio senza senso, e là dove il regista decisamente interveniva, sovrapponendo all’opera una sua personale visione simbolica, si scadeva nel ridicolo. La necessità di una lunga pausa per il cambiamento di scena tra l’”Inno al Sole” iniziale e l’inizio vero e proprio del primo atto andava contro tutta la struttura dell’opera e risultava imbarazzante (ma come fa un vero regista a non accorgersi di una cosa simile?). La povera Iris, invece che essere progressivamente denudata come da libretto, vestiva sempre più sfarzosamente, per apparire nel finale grossomodo in un costume da Ferrero Rocher – rendendo incomprensibile la portata scandalosa della vicenda e vanificando di fatto tutta la carica drammatica della bellissima scena finale.

Per fortuna almeno dal lato musicale c’era poco o nulla da eccepire. Tutti i cantanti, fin nelle parti minori, erano molto coinvolti nei ruoli. Se il soprano Paoletta Marrocu (Iris) mostrava soprattutto all’inizio qualche incertezza, nelle grandi scene e soprattutto nell’aria (se così si può chiamare Un dì, ero piccina) sfoderava una personalità e una carica interpretativa impressionanti; il bravo e bello Denys Pivnitskyi (Osaka) affrontava con assoluta sicurezza l’impervio ruolo del tenore, anche se magari avrebbe potuto qua e là addolcire un po’ i toni (ma comunque, ad avercene di tenori così!); il baritono Carmine Monaco D’Ambrosia (Kyoto) dava tutto il meglio di sé; il Cenciaiolo Didier Pieri faceva risaltare col suo bel timbro la sua canzone notturna; solo il basso Manrico Signorini (Il Cieco) sembrava affidarsi più alla bella voce che a un’effettiva interpretazione, anche se sospetto che ne sia in parte imputabile il non-regista.

Il direttore Daniele Agiman ha valorizzato l’impressionante ventaglio timbrico della partitura e ben evidenziato tanto gli squarci lirici quanto le pagine più impetuose, dimostrando una tale dedizione per questo repertorio, da far perdonare alcune piccole imperfezioni dell’Orchestra Filarmonica Pucciniana e offrendo nel complesso una lettura convincente.

Il Teatro Verdi di Pisa offriva alla fine della rappresentazione la possibilità di valutare positivamente o negativamente la serata. La delusione cocente di questa messa in scena mi ha impedito di trovare una risposta, ma a mente fredda direi comunque: pazienza per la regia, dal punto di vista musicale è stata comunque una bella serata!