“La rondine” di Firenze e le insensatezze della critica

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@ operadifirenze.it

La recensione apparsa il 18 ottobre su Repubblica dello spettacolo di apertura della nuova stagione del Teatro Comunale di Firenze, appunto La rondine di Puccini, oltrepassa a tal punto i limiti del sensato, che mi sento in dovere di rispondere. Non potendo però vedere direttamente l’opera al Teatro del Maggio, ho aspettato di poter vedere almeno lo streaming su Rai5, che mi ha chiarito un sacco di perplessità. Partiamo dal libretto. Scrive il recensore di Repubblica (Gregorio Moppi) che la storia riguarda “una mantenuta che lascia un’esistenza di lusso per mettersi con un giovine provincialotto.” Peccato che il 12 ottobre, sempre su Repubblica, fosse apparsa un’intervista al regista Denis Krief, nella quale egli bollava qualsiasi parentela tra La rondine e La traviata come una “gran stupidaggine”, trattandosi nel caso di Magda, protagonista del La rondine, non di una prostituta ma di “una grisette, una sartina, una di quelle ragazze giunte in città per farsi una posizione buona”. Moppi non legge gli articoli apparsi sul giornale per cui scrive riguardo all’opera che lui stesso recensisce? Ma a parte questo: che la racconta a fare tutta la storia del suo passato di sartina Magda  nel primo atto? Che tra l’altro Magda sia diversa dalle altre lo mostra chiaramente la scena in cui viene rimproverata dalle amiche per come sembra non voler tener conto del fatto che “la vita è assai difficile” e “costa tanto il denaro”. Sempre nell’intervista su Repubblica, Krief mette anche in chiaro che la vicenda si svolge “nella stessa società in cui si svolge il Bel Ami di Maupassant” e che Puccini, quando comincia a comporre La rondine nel 1914, con la guerra già iniziata, si rifugia nella nostalgia di un’epoca che sta tramontando per sempre. Già, di quale epoca si tratta? Chiaramente della Belle Époque – e non del Secondo Impero, come scritto dal recensore di Repubblica (eh sì, sono due cose completamente diverse, caro Moppi). Magda, come il Puccini di quegli anni, insegue l’impossibile sogno del ritorno al passato – un passato dal quale Magda è però consapevolmente fuggita. Il destino della donna nella società moderna è l’alienazione, e ne La rondine è la stessa protagonista a scegliersi questa via, abbandonando con strazio l’illusione di una completezza. La nostalgia fa da perno a tutta la messa in scena: non credo sia un caso se, nella regia di Krief, la mansarda di Magda (che chissà perché secondo Moppi avrebbe un mobilio disegnato da qualche archistar…) ricorda una versione rimodernata di quella di Rodolfo e Mimì, o se il caos del Caffé Bullier può ricordare un po’ quello di Momus (tra l’altro coi due protagonisti che cantano “amore” uscendo di scena alla chiusura dell’atto, come nel primo atto di La bohème). Il sogno sembra concretizzarsi nella piccola cameretta da fiaba del bungalow del terzo atto – e resta là chiuso e irraggiungibile. La quarta parete della camera si chiude all’arrivo di Prunier, e Magda non vi farà mai più ritorno – mentre indietro nel passato torna Lisette, che indossa nuovamente il suo vestito e ruolo di cameriera, prima di rientrare nella casetta. L’edificio resta immerso nel buio, mentre anche il sogno di mare/amore fuori dal mondo svanisce e l’orizzonte si apre su un cielo vuoto. E’ precisamente grazie alla riduzione della scenografia all’essenziale e alla concentrazione assoluta sulla regia dei personaggi, che la musica esplode con un’intensità sulla quale io finora ne La rondine ero abbastanza scettico – un procedimento che, per inciso, di recente ho visto applicato con assoluto successo anche in altre due bellissime regie, di cui spero di riuscire a parlare presto su questo spazio: La pulzella di Orléans di Ciaikovskij a Liberec e Il miracolo di Heliane di Korngold ad Anversa. Ogni movimento, ogni mezzo sorriso, ogni sguardo dei personaggi è gestito ne La rondine in perfetto accordo con la partitura, creando una carica di pathos che, soprattutto nel finale, arriva a convincere dell’assoluta coerenza della scelta musicale e drammaturgica di Puccini (che in altre messe in scena invece risulta alquanto discutibile, bisogna aggiungere). Questo anche grazie alla malleabilità degli interpreti, che, aldilà delle notevoli doti vocali, hanno sfoderato anche superbe qualità attoriali, in streaming probabilmente molto più godibili che in teatro. Quando Moppi parla di “flessuose melodie pucciniane che ritraggono la frivolezza di una certa società” (ma che vuol dire??), che andrebbero “in corto circuito con l’autocontrollo intellettuale imposto dal regista alla messinscena”, non si sa che spettacolo abbia visto. Cosa voleva vedere il critico, le tende strappate? Tutto qui è perfettamente coerente: com’è classico in un’operetta (ché tale doveva inizialmente essere La rondine), tutti i personaggi mentono, tutti si fingono qualcosa che non sono.  Persino gli “studenti” da Bullier, assurdamente attempati, in abito da sera e con camicie sgargianti, non sono chiaramente nient’affatto studenti. Anche Magda finge – ma finge meglio degli altri, perché impersona un’altra se stessa, la ragazza che era prima di arrivare a Parigi. Tutti impersonano qualcuno, fuorché  Rambaldo e Ruggero; l’uno autentico nel suo pragmatismo privo di sentimento, l’altro autentico nella sua spaesata ingenuità. Proprio per questa caratteristica, in questa regia il personaggio di Rambaldo  esce in maniera particolarmente forte. La continua alternanza delle due polarità, quella caustico/comica e quella ingenua/sentimentale, crea una drammaturgia stringente, punteggiata da citazioni varie tutte messe accuratamente in rilievo dal regista (la testa/torta tagliata di Salome, i valzer de Il Cavaliere della Rosa, il paravento cinese che anticipa Turandot, il mare “tristaniano” a Nizza). Da mettere in rilievo anche il fatto, abbastanza inusuale in Italia, che il coro si muove e balla. Tutte cose che sembrano essere elegantemente sfuggite alla critica: Francesco Ermini Polacci sul Corriere Fiorentino parla di uno “scomposto affollamento di personaggi” per un tipo di messa in scena pressoché standard che io qui a Berlino ho visto mille volte (lo invito ad aggiornarsi), mentre Moppi si fissa su particolari inconsistenti come le scarpe colorate nella scena nel Caffé Bullier o i costumi, “aggiudicati nei negozi più a buon mercato del centro” (Max Mara?? Sarebbe a buon mercato?? Il nostro Moppi deve vivere nel lusso sfrenato…). Sembra quasi che non gli vada giù che lo spettacolo sia costato poco! E, a proposito dei costumi: dove la vede Polacci un’ambientazione negli anni Cinquanta e Sessanta, dato che gli abiti sono stati comprati adesso in centro a Firenze?

Su una cosa però devo dare ragione alla critica di Moppi, almeno parzialmente: la buca del teatro di Firenze è davvero troppo larga e aperta, e confesso di non ricordare d’aver mai visto altrove un abominio simile. Prima di vedere lo streaming pensavo che la scarsa comprensione del testo lamentata da Moppi nel primo atto fosse da attribuirsi soprattutto al direttore Valerio Galli, che evidentemente dirigeva l’orchestra troppo forte. In fondo, il regista si era persino preoccupato nel primo atto di chiudere il retro della scena con una parete e di organizzare la regia in modo che i cantanti restassero quasi sempre all’interno di uno spazio chiuso, in modo da amplificare le voci. Ma dopo aver visto il video posso solo moderare le mie critiche al povero direttore. Certo, lo stesso Puccini dichiara nelle sue lettere che il tono dell’orchestra dovrebbe essere leggero, mentre Galli ha puntato da subito sul melodrammatico – ma a parte questo poteva fare poco altro in una situazione simile. Ma come pensano di fare Wagner là?? Oppure in quel caso la buca viene coperta?

Il cast è stato già lodato da tutte le critiche, e su questo ho poco da aggiungere: tutti bravissimi, ognuno perfetto nell’impersonare il suo specifico ruolo. Ci terrei a spendere un’ulteriore lode per la protagonista Ekaterina Bakanova, splendida non solo vocalmente ma anche come attrice, e oltretutto con una perfetta dizione del testo – tutte doti non comuni. Spero di rivederla presto in altri ruoli.

In chiusura: un bellissimo spettacolo, che ci ricorda che il teatro, e anche il teatro d’opera, è fatto da personaggi vivi, che esprimono sentimenti reali e vivono drammi profondi – e non solo da belle scenografie, bei costumi e un pubblico tanto elegante quanto ignorante. Qui si parla di cultura – e la cultura dovrebbe essere vicino al nostro cuore e alla nostra vita, e non roba da ricchi. Una battaglia tutta ancora da combattere.