Musikfest Berlin: la “direzione soggettiva” di Gergiev/ Gergievs subjektive Leitung – Münchner Philharmoniker, Ustvolskaja e Shostakovich

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(Deutsche Fassung unten)

Pubblico non fittissimo, ma in sala c’era anche Wolfgang Rihm. Alle 20, orario annunciato d’inizio del concerto, stanno ancora arrivando dei ritardatari. Poi entrano gli orchestrali dello strano organico della Sinfonia n.3 di Galina Ustvolskaja (5 oboi, 5 trombe,1 trombone  3 tube, 5 contrabbassi, 2 grancasse, 1 tamburo e pianoforte). Poi niente. Dopo cinque minuti un inserviente della Philharmonie  (e non uno qualsiasi, bensì il marito di Isabelle Faust) entra portando la partitura, salutato da un timido applauso. Dopodiché l’attesa si prolunga per altri 14 minuti, mentre il pubblico diventa sempre più impaziente. In sala circolano aneddoti su pianisti ritrovati  ubriachi sotto alberi d’arancio all’orario in cui dovevano esibirsi in concerto. Alle 20.19, salutati da qualche applauso e una bordata di buuh, appaiono il declamatore Alexei Petrenko e Gergiev. Quest’ultimo, sorridente e imperturbabile, attacca la Sinfonia della Ustvolskaja; il pubblico si rilassa e alla fine il lavoro viene ricevuto con un caloroso applauso.  Ho saputo dopo per caso fino a quale punto il caso si era malignamente accanito contro questo concerto. L’aereo che doveva portare l’orchestra a Berlino aveva subito due ore di ritardo a causa di due uccelli nei motori; il pullman che doveva trasportare l’orchestra dall’aeroporto alla Philharmonie si era guastato; la partitura della Sinfonia della Ustvolskaja non si trovava più. Morale: l’orchestra ha potuto provare in fretta e furia solo alle 19, per circa mezz’ora. Come se non bastasse, al momento di entrare in scena non si trovava più Alexei Petrenko, che (pare) non aveva capito che il pezzo in cui doveva recitare lui era all’inizio del concerto. La catena delle disgrazie ha colpito poi ulteriormente il povero declamatore,  il quale, rientrando in sala dopo la Sinfonia della Ustvolskaja per assistere alla Quarta di Shostakovich, inciampa malamente e capitombola a terra (per fortuna senza danni) cercando di scavalcare la balaustra tra il settore del palcoscenico e il settore A. Si capisce che in queste condizioni la capacità di Gergiev non solo di condurre in porto il concerto, ma anche di proporre una lettura precisa (tranne qualche isolata sbavatura), fresca e assolutamente convincente della mastodontica sinfonia di Shostakovich ha del miracoloso. L’unica spiegazione è che (cosa di cui sono altamente convinto) Gergiev questa musica ce l’abbia nel sangue.

La Sinfonia n. 3 “Gesù Messia, salvaci!” di Galina Ustvolskaja (1919-2006) per voce recitante e orchestra è un lavoro del 1983 (ci tornerò prima o poi nell’ambito del mio progetto  Symphonienzettel). Io ammetto di averla ascoltata senza alcuna preparazione, non sapendo nulla dell’autrice o del lavoro e comprendendo giusto qua e là qualche parola del testo in russo. Se non mi avessero chiarito dopo che si trattava di una preghiera, l’avrei preso per lo straziante soliloquio di qualcuno in preda a una feroce agonia. Ritmo patibolare, ripetizioni infinite di figure musicali altamente prive d’interesse, grigiore estenuante. Il gesto del direttore è regolare, matematico, implacabile. Forse tra qualche anno mi ricrederò, ma per il momento l’ho presa come un vilipendio al mio tempo . I fiori consegnati alla fine dell’esecuzione a Petrenko sono stati da lui e da Gergiev adagiati sulla partitura, segno di un rapporto e un’affezione personale con la compositrice scomparsa.

Del tutto diverso l’approccio di Gergiev alla monumentale partitura della Sinfonia n.4 di Shostakovich, seguita senza alcuna pausa (giusto il tempo di far sprofondare il pianoforte e sistemare i leggi per gli archi). Il gesto del Maestro si fa bizzarro e irregolare, ha un che di delirante, mentre il Gergiev sottolinea qua e là il ritmo con delle specie di grugniti. Sembra il contrario del classico direttore/domatore d’orchestra, non ha niente di spettacolare e non sembra curarsi minimamente del pubblico. E a un tratto comprendo: questo direttore dirige per se stesso, completamente immerso e travolto nella musica e quasi dimentico del luogo in cui si trova. I dettagli erano estremamente nitidi, l’arco formale chiarissimo (nonostante questo lavoro sia una specie di colata di lava), l’energia profusa da tutti gli esecutori palpabile. I tempi staccati da Gergiev, soprattutto nel secondo e nel terzo movimento, sono di una velocità folle, tali un’orchestra normale non riuscirebbe a tenerli senza imbrodolarsi completamente (e qui l’equilibrio dimostrato da Gergiev e dai Münchner Philharmoniker ha del miracoloso) – eppure, alla fine, si poteva solo dire: “sì, è giusto così, non potrebbe essere diverso!” Il trasporto e il canto che orchestra e direttore riescono a comunicare allo spettatore con quest’assoluta dedizione all’opera sono qualcosa del tutto fori dal comune. Non si tratta di un’interpretazione nuova, ma semplicemente dell’interpretazione giusta, in cui lo spettatore stesso è sprofondato nell’opera in un unico grande respiro.

La Sinfonia n.3 di Galina Ustvolskaja Gergiev l’ha solo eseguita, ma la musica di Shostakovich lui ce l’ha nel sangue e l’ha resa con tutto se stesso.


 

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Das Publikum ist nicht zahlreich; unter den Gästen ist aber unter anderem auch Wolfgang Rihm. Um 20 Uhr, als das Konzert hätte anfangen sollen, kommen noch die letzten Nachzügler, das Orchester ist aber noch nicht zu sehen. Nach ein paar Minuten treten die 23 Spieler der Symphonie Nr. 3 von Galina Ustwolskaja ein (5 Oboen, 5 Trompeten, 1 Posaune, 3 Tuba, 5 Kontrabässe, 2 Große Trommel, 1 Trommel und Klavier – bestimmt eine seltsame Besetzung!). Dann passiert aber nichts. Nach ca. fünf Minuten bringt ein Bediensteter der Philharmonie Berlin (und nicht irgendein Bediensteter, sondern der Mann von Isabelle Faust!) die Partitur auf das Dirigentenpult und wird mit einem zaghaften Applaus begrüßt. Dann verlängert sich aber die Wartezeit um 14 Minuten. Das Publikum wird ungeduldiger. Man erzählt Anekdoten über russische Pianisten, die zur Zeit ihres Auftrittes völlig betrunken unter Orangenbäumen verweilten. Um 20:19 Uhr erscheinen endlich, reichlich ausgebuht, der Sprecher Alexei Petrenko und Gergiev. Gleichmütig lächelnd schlägt Gergiev die Symphonie der Ustwolskaja an; das Publikum entspannt sich und das Werk wird danach mit einem warmherzigen Applaus empfangen. Ich habe nach dem Konzert erfährt, wie weit der Zufall sich böse in die Konzert-Vorbereitung verbohrt hatte. Das Orchester steigt in das Flugzeug, um nach Berlin zu fliegen – und je ein Vogel endet in beiden Turbinen. Mit zwei Stunden Verspätung landet das Orchester in Berlin, die Spieler steigen in den Bus: Panne. Völlig verspätet erreichen sie endlich die Philharmonie, haben kaum Zeit für die Proben – und dann gibt in dem Chaos die Partitur der Ustwolskaja verloren und man muss sich mit Fotokopien behelfen. Um 19 Uhr proben sie endlich, knapp eine halbe Stunde; sind dann gleich vor 20 Uhr bereit – aber der Sprecher ist nicht da. Er versteht nur Russisch und hat angeblich nicht verstanden, dass sein Stück als erstes auf dem Programm steht. Die Kette der Unfälle hält aber noch an und trifft nach dem ersten Stück den armen Sprecher, als er kurz vor dem Beginn der Symphonie Nr.4 von Schostakowitsch versucht, vom Orchester-Podium aus die Publikumssitzen zu erreichen und beim überklettern der Balustrade zwischen beiden Sektoren auf dem Boden purzelt, glücklicherweise ohne Schaden. Man kann sich vorstellen wie, bei solchen Voraussetzungen, die Fähigkeit von Gergiev, das Konzert unter Dach und Fach zu bringen und dazu eine präzise, frische und absolut überzeugende Aufführung der Mammutsymphonie von Schostakowitsch darzubieten (abgesehen von isolierten Ungenauigkeiten), fast als Wundertat erscheint.  Das kann nur damit erklärt werden, dass (wie ich fest überzeugt bin) diese Musik ihm im Blut fließt.

Die Symphonie Nr.3 “Jesu Erlöser, rette uns!“ von Galina Ustwolskaja (1919-2006) für Sprecher und Orchester ist 1983 entstanden – ich werde also sehr spät in meinem Symphoniezettel darauf zurückkommen. Ich muss zugeben, dass ich dieses Werk ohne jede Vorbereitung angehört habe: Ich kannte die Komponistin nicht, hatte nichts über das Werk gelesen und verstand vom russischen Text nur die Worte „Gott, verzeihe uns!“ Wenn man mir nicht erklärt hätte, dass es sich um ein Gebet handelte, hätte ich es für das jammervolle Selbstgespräch von jemandem gehalten, der unter einer grausamen Todesqual litt. Schafott-Rhythmus; ständige Wiederholungen höchst uninteressanter Musikfiguren; zermürbende Eintönigkeit. Ich werde wahrscheinlich in einigen Jahren  meine Meinung ändern, aber momentan  habe ich dies Werk als Schmähung meiner Zeit gefühlt. Die Geste des Dirigenten ist regelmäßig, mathematisch, unerbittlich. Die Blumen, die Petrenko nach der Aufführung des Stückes bekommt, werden von ihm und Gergiev auf der Partitur gelegt, als Zeichen einer persönlichen, liebenden Beziehung mit der verstorbenen Komponistin.

Völlig anders ist Gergievs Herangehen zur monumentalen Partitur von Schostakowitsch, die gleich nach dem Umbau der Bühne darauffolgt. Die Geste des Dirigenten wird bizarr, unregelmäßig, fast phantasierend; Gergiev untermalt dazu die Rhythmik mit leichten Grunzen. Er sieht völlig das Gegenteil des kanonischen Orchesterdirigent/-tierbändiger aus, gar nicht spektakulär, als ob er sich nicht im Kleinsten um die Zuschauer kümmern würde. Ich verstehe es aber: Er dirigiert für sich selbst, ist völlig in die Musik versenkt, von den Tönen fortgerissen und quasi den Ort vergessend, an dem er sich befindet. Er lässt alle Details der Musik sowie der formale Bogen äußerst klar ausklingen – auch wenn dieses Werk so roh wie ein Lavastrom ist. Man kann die mit vollen Händen ausgegebene Energie aller Spieler fühlen. Die von Gergiev angeschlagenen Tempi sind wahnsinnig schnell, vor allem im 2. und 3. Satz. Ein normales Orchester würde sie nicht durchhalten, ohne sich völlig zu verheddern, so dass man das Gelichgewicht nur wundern kann, das hier Gergiev und die Münchner Philharmoniker gezeigt haben. Und doch sollte man letztendlich zugeben: „Doch ja, so ist richtig, könnte wohl nicht anders sein!“ Die absolute Hingabe zum Werk vom Orchester und Dirigenten vermittelt dem Zuschauer eine außerordentliche Begeisterung. Das Orchester singt das ganze Stück durch. Das ist keine neue, sondern die richtige Interpretation des Werkes – so tief, dass der Zuhörer selber in der Musik in einem einzigen Atem versinkt.

Die Symphonie Nr.e3 von der Ustwolskaja wurde von Gergiev nur aufgeführt; die Musik von Schostakowitsch hat er aber mit höchster Leidenschaft übermittelt.