L’ASCENSORE DI ERDA SI E’ BLOCCATO / WENN ERDA IM AUFZUG STECKEN BLEIBT – DAS RHEINGOLD ALLA STAATSOPER DI BERLINO (11.06.2016)

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(deutsche Fassung unten)

Erda sorge da sotto il palcoscenico e continua a salire fino ad altezze improbabili mentre canta probabilmente ritta su un palo; ma quando deve ridiscendere, invece di scomparire da dove era venuta, resta bloccata sulla scena, piegata come uno sterpo secco. Vista la sostanziale illogicità dell’intera messa in scena di Guy Cassierers sono rimasto indeciso se questo fosse intenzionale finché non controllato il video di questa messa in scena allestita alla Scala. No, non doveva andare così. Questa scena potrebbe simbolicamente riassumere la produzione dell’Oro del Reno, Prologo dell’Anello del Nibelungo di Barenboim/Cassierers alla Staatsoper di Berlino: piena di potenziali buone intenzioni, che nella pratica si trasformano in mezze catastrofi. Chi non fosse interessato ai dettagli può saltare da qui fino alla “versione corta”.

Versione lunga: L’Oro del Reno è un’opera che in pratica in ogni pagina presenta una piccola sfida per la messa in scena. Comincia sott’acqua, ci sono nani e giganti, metamorfosi in scena, gente che cammina sugli arcobaleni e via dicendo. In particolare però visionando diverse produzioni di quest’opera (video e live) ho evidenziato otto punti critici che sembrano particolarmente difficili da mettere in scena in maniera convincente.

  • Prima scena: come si risolvono scenicamente i continui riferimenti a un “sopra” e un “sotto” presenti nel libretto, o i vari scivoloni di Alberico mentre insegue le Figlie del Reno?
  • Prima scena: Che cos’è esattamente l’Oro del Reno? Come fa Alberico a rubarlo in maniera così fulminea da non poter essere fermato?
  • Seconda scena: come si differenziano gli otto personaggi presenti in scena e come si rappresenta la tensione interna della loro interazione, in modo da evitare una messa in scena statica?
  • Seconda scena: come si fa a mettere in scena dei giganti?
  • Terza scena: come si risolvono in maniera divertente e non banale le tre metamorfosi di Alberico?
  • Terza e quarta scena: come si fa a far apparire sulla scena dei nani che fuggono urlando alla vista di un anello senza cadere nel ridicolo?
  • Quarta scena: come si può rappresentare scenicamente il livello completamente diverso che si apre con l’apparizione di Erda?
  • Finale quarta scena: posto che mettere in scena dei signori che camminano su un arcobaleno è sostanzialmente impossibile, come si può trovare un corrispettivo scenico dell’abissale grandiosità di questo finale?

Una messa in scena che risolva in maniera soddisfacente tutti questi snodi non l’ho mai vista, ma alcune, come quella di Kasper Holten per il cosiddetto Copenaghen-Ring, presentano soluzioni innovative ed estremamente interessanti. La regia di Guy Cassierers non annovera sicuramente tra queste. La prima scena, con le Figlie del Reno che fanno svolazzare le lunghe maniche delle loro vesti nell’acqua e Alberico che si aggira in mezzo a loro venendo scaraventato in acqua un paio di volte, annulla completamente tutta la drammaturgia del libretto e in quanto a efficacia si avvicina al livello assoluto della tristezza. La scena in cui Alberico per trafugare l’oro sbatte la mano in acqua va al di là della mia comprensione. Quale sia anche il rapporto tra l’Oro del Reno e la videocamera in scena mi è tutt’altro che chiaro. Le tensioni interne della seconda scena erano visualizzate da dei ballerini, la cui presenza a lungo andare risultava estremamente irritante. Le coreografie si dovrebbero lasciar fare a chi le sa fare veramente (Sasha Waltz, per esempio). Per fortuna almeno la messa in scena dei giganti era interessante, anche se alcune similarità con la messa in scena de I maestri cantori di Norimberga della Staatsoper mi fano sospettare un intervento di Barenboim. Perlomeno nella rappresentazione a cui ho assistito io i giganti erano infatti, come i “Maestri” ne I maestri cantori, veri giganti della lirica (Matti Salminen e Falck Struckmann), puntualmente vestiti come cantanti, a differenza di tutti gli altri personaggi, mentre un gioco di ombre sullo sfondo ne rappresentava in parallelo il piano mitico, con le ombre gigantesche di Fasolt e Fafner ai due lati della piccola ombra di Freia. Nel caso delle metamorfosi di Alberico della terza scena invece l’idea potenzialmente interessante della riduzione del corpo a oggetto nel Nibelheim e di un Tarnhelm fatto di corpi risultava scenicamente poco efficace. Soprattutto la trasformazione in drago risultava incomprensibile, priva di fascino e noiosa. Il problema della rappresentazione dei Nibelunghi è stato eliminato alla base togliendo ambedue gli urli terrorizzati dei nani dalla terza e quarta scena – soluzione condivisibile solo fino a un certo punto, visto che incide sulla parte musicale indebolendola. Erda era scenicamente abbastanza convenzionale e la sua apparizione non apriva alcun livello altro di rappresentazione, ma l’idea che ascendendo fin quasi al sommo della scena e poi ridiscendendo tracciasse una linea che corrisponde alla linea rossa del destino che apparirà poco dopo non sarebbe stata comunque male, se non si fosse bloccata la macchina. La rinuncia a qualsiasi arcobaleno e l’atmosfera sinistra del finale sarebbero anche interessanti, se non fossero rovinati un minuto dopo dalla danza di Loge nell’acqua. Le proiezioni sono belle e i colori anche. Però nell’insieme manca una vera storia, manca una qualsiasi tensione, mancano i rapporti tra i personaggi, mancano i diversi livelli della narrazione e dell’ambientazione, manca il dramma. Il risultato è una noia mortale.

Versione corta: nonostante alcune buone idee, belle proiezioni colori vividi, manca nell’insieme in questa messa in scena una vera storia, manca una qualsiasi tensione, mancano i rapporti tra i personaggi, mancano i diversi livelli della narrazione e dell’ambientazione, manca il dramma. Il risultato è una noia mortale, a tal punto che che mi si chiudevano gli occhi. Ogni volta che a fatica li riaprivo e guardavo quello che accadeva sul palcoscenico l’unico pensiero che mi veniva era: “dio, che tristezza!” Ho visto diverse regie più brutte (Lulu di Andrea Berth e Ascesa e caduta della città di Mahagonny di Vincent Boussard alla Staatsoper di Berlino, Samson et Dalila di Patrick Kinmoth alla Deutsche Oper di Berlino o La cena delle beffe di Martone alla Scala, di cui parlo diffusamente qui), ma poche così deludenti.

La parte musicale: ritengo che Barenboim sia uno dei migliori direttori wagneriani dei nostri tempi e ammiro il modo in cui la sua interpretazione lentamente si è evoluta, arricchendosi sempre più di colori e piani sonori e arrivando a inglobare anche le categorie del suono “brutto” e del grottesco, prima da lui sostanzialmente evitate. La bellezza, la ricchezza e la quantità di dettagli nel suono nei primi cinque minuti dell’opera erano strabilianti e hanno confermato la mia idea – ma poi è successo qualcosa. Forse sono rimasto così disturbato dalla regia da non riuscire più a sentire bene la musica, ma l’impressione è stata che, pur rimanendo a un livello indiscutibilmente alto, l’interpretazione sonnecchiasse per riscuotersi solo qua e là con passaggi di eccezionale bellezza, che fosse insomma del tutto discontinua. Se si sommano alcune imprecisioni nei fiati e il fatto che quasi tutti i cantanti siano finiti almeno una volta fuori tempo (ma è davvero così difficile questa partitura?), si genera l’impressione che Barenboim non fosse proprio in grandissima forma. Peccato.

La compagnia di canto era di altissimo livello. È bello vedere in scena un “gigante” del calibro di Matti Salminen nel ruolo di Fasolt, il fatto sospende di per sé ogni giudizio sull’interpretazione. Il Donner di Roman Trekel era a questo punto un degno avversario. Molto buoni tutti e tre i tenori (Loge: un atletico ed espressivissimo Stephan Rügamer; Mime: un bravissimo Wolfgang Ablinger Sperrhacker; Froh: la bella voce di Simon O’Neill), e naturalmente bravissimi anche gli altri protagonisti (Wotan: Iain Paterson; Alberico: Johann Schmeckebecher, forse un po’ sopra le righe). Ho qualche dubbio solo su Flosshilde (Anna Lapkovskaja), che mi è sembrata sempre crescente, e su Erda (Anna Larsson), non abbastanza magnetica.

Il pubblico nel teatro tutto esaurito ha reagito con enorme entusiasmo, io no.

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deutsche Fassung

Erda taucht von unterhalb der Bühne auf und steigt auf einem Podest, welches von einem überlangen Kleid kaschiert ist, langsam empor, immer höher. Als sie aber ebenso langsam nach unten wieder verschwindt, bleibt der Aufzug plötzlich stecken. Erda beugt sich wie ein trockener Ast und bleibt während der nächsten Szene im Hintergrund. Ich dachte anfangs, es sei aus irgendeinem unerfindlichen Grund die Idee des Regisseurs Guy Cassieres; bin aber dann auf das Video dieser Inszenierung in La Scala gestoßen, wobei ich feststellen konnte, dass es sich in der Staatsoper um einer Panne handelte. Diese Panne kann man symbolisch für die Produktion von Das Rheingold im Barenboims / Cassierers Ring-Zyklus an der Staatsoper in Berlin zusammenfassen: Viele theoretisch gute Ideen, die auf der Bühne zu halben Katastrophen geraten.

Leser, welche sich für die Details nicht interessieren, können ab hier bis zur „Kurzfassung“ überspringen.

Lange Fassung : Das Rheingold stellt für jede Inszenierung eine besondere Herausforderung dar. Die Oper beginnt unter Wasser,  gibt es Zwerge, Riesen und Verwandlungen auf der Bühne sowie Götter, die auf einem Regenbogen laufen.

Acht kritische Knotenpunkte sind für jeden Regisseur hervorheben, die besonders schwierig zu lösen sind:

  • Erste Szene: wie sollte man konkret auf der Bühne die im Libretto angedeutete räumliche Beziehung von “oben” und “unten” zwischen Alberich und den Rheintöchter und folglich auch die Unterwasser-Jagd von Alberich gestalten?
  • Erste Szene: Was ist genau das Rheingold? Wie kann Alberich es so schnell stehlen, dass die Rheintöchter ihn nicht aufhalten können?
  • Zweite Szene: wie vermeidet man, dass diese Szene zu statisch wirkt; bzw. wie unterscheidet man acht Figuren, die auf der Bühne interagieren, und wie inszeniert man die innere Spannung ihrer Wechselbeziehungen?
  • Zweite Szene: Wie sollten Riesen auf einer Bühne aussehen?
  • Dritte Szene: wie inszeniert man witzig und nicht zu trivial die drei Verwandlungen Alberichs?
  • Dritte und vierte Szene: wie lässt man es nicht lächerlich erscheinen, wenn eine Horde Zwerge bei Anblick des Ringes schreiend entflieht?
  • Vierte Szene: Wie lässt man szenisch die ganzen Ebenen wahrnehmen, der in der Erda-Szene musikalisch aufbrechen?
  • Finale: wie lässt sich eine uninszenierbare triumphale Promenade der Götter auf dem Regenbogen szenisch überzeugend und würdig darstellen?

Bisher war keine Regiearbeit zu finden, bei der alle diese Punkt befriedigend gelöst wurden, wobei einige wie die von Kasper Holten in seinem Kopenhagener Ring, die mit innovativen und faszinierenden Erfindungen ausgestattet ist. Die Inszenierung von Guy Cassierers für die Staatsoper Berlin zählt leider sicher nicht zu den gelungenen Arbeiten. In der ersten Szene wird die Dramaturgie des Librettos vollständig beiseitegelassen. Die Rheintöchter verspritzen lediglich das am Bühnenboden fließende Wasser mit den langen Ärmeln ihrer Gewänder. Sie necken Alberich, der unter ihnen wandert, und werfen ihn ein paar Mal in das Wasser. Das alles nähert sich dem absoluten Niveau der szenischer Traurigkeit. Was genau das Rheingold wäre und in welchem dies mit der aufgestellten Kamera hat, ist nicht klar. Die darauffolgende Szene des Goldraubes, der durch des Knallens der Hand von Alberich ins Wasser erfolgt, befinentgeht meinem Verständnis. Die innere Spannung zwischen den sechs Göttern, den zwei Riesen und dem Halbgott in der zweiten Szene wird mittels Verdoppelung der Götterfiguren durch Tänzer ausgedruckt, deren Anwesenheit  sich nach einer Weile aber als äußerst irritierend erweist. Choreographische Einrichtungen sollten besser denen überlassen werden, die dies wirklich umsetzen können (wie zum Beispiel Sasha Waltz). Glücklicherweise ist zumindest die Inszenierung der Riesen interessant, obwohl einige Ähnlichkeiten (alter “Sänger-Größen” wie Stuckmann und Salminnen) mit der Inszenierung von Die Meistersinger von Nürnberg unabstreitbar sind. Im Hintergrund stellt ein Schattenspiel die mythische Ebene der Riesengeschichte parallel dar, indem die riesigen Schatten von Fasolt und Fafner auf beiden Seiten des kleinen Schatten von Freia projiziert werden. In dem Fall der Verwandlungen von Alberich ist die Idee einer Verdinglichung des Körpers im Nibelheim potentiell interessant, aber in der Tat misslungen. Der Tarnhelm besteht aus Körpern, unter denen sich Alberich versteckt und jeweils eine andere Form annimmt. Leider ist das Ergebnis witzlos, langweilig und  bei der Drachen-Verwandlung dazu völlig unverständlich. Die entsetzten Nibelungen werden einfach gestrichen und so das Problem ihres Auftretens auf der Bühne gelöst. Ich könnte fast einer solchen Lösung zustimmen, würde sie nicht eine Abschwächung des musikalischen Teils nach sich ziehen.  Die Inszenierung von Erda ist ziemlich konventionell und lässt kaum eine andere Darstellungsebene wahrnehmen; trotzdem finde es interessant, dass sie mit ihrem Auf- und Abstieg durch die ganze Bühnenhöhe eine abstrakte Linie zeichnet, die der roten Schicksalslinie entspricht, welche zum ersten Mal nach dem Mord von Fasolt erscheint – hätte es keine Panne gegeben! Die düstere Stimmung des Finale, mit versteinertem Bühnenbild und Verzicht auf jeglichen Regebogen, wäre auch interessant gewesen, wäre sie nicht gleich nach einer Minute von Loges Tanz im Wasser komplett verdorben worden. Insgesamt sind die Projektionen schön und die gewählten Farben auch. Es fehlt aber an einer echten Geschichte, die vom Regisseur durch Bilder erzählt wird; es fehlt an Spannung, fehlt an Beziehungen zwischen den verschiedenen Protagonisten, fehlt eine mehrschichtige Darstellung fehlt das Drama. Das Ergebnis sind 2,5 h pure Langeweile.

Kurzfassung: Trotz einiger guten Ideen, ist diese Inszenierung so langweilig, dass ich kaum die Augen auf halten konnte. Jedes Mal, wenn ich die Augen wieder öffnete und sahm was auf der Bühne passierte, kam mir als einziger Gedanke: “Gott, wie traurig!” Ich habe schon manche schlimmere Inszenierung erlebt (z.B. Lulu von Andrea Berth sowie Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny von Vincent Boussard an der Staatsoper in Berlin, Samson et Dalila von Patrick Kinmoth an der Deutschen Oper in Berlin, La cena dele beffe von Martone an der Scala, über die ich hier geschrieben habe), um nur einige zu nenne. Kaum erlebte ich aber eine Enttäuschendere!

Über den musikalischen Teil: Ich glaube fest, dass Barenboim ein der feinsten Wagner-Dirigenten unserer Zeit ist und ich bewundere die Art und Weise, in der er seine Leistung langsam entwickelt, wie sein Klang mehr und mehr an Farben und Klangschichten reicher wird und wie er endlich auch die von ihm lange Zeit vermiedene Kategorie des „unschönen“ Klanges bzw. des Grotesken integriert. Die Schönheit, der Reichtum und die Fülle von Ton-Einzelheiten während der ersten fünf Minuten der Aufführung  waren kaum übertrefflich und bestätigten meine Idee – aber dann kam alles anders. Vielleicht war ich so von der Inszenierung verestört, dass ich nicht mehr in der Lage war, die Musik gut zu genießen; ich bekam aber den Eindruck, dass, trotz eines unbestreitbaren hohen Niveaus, die meiste Zeit die Interpretation schlummerte, um nur hier und da mit außergewöhnlich schönen Passagen zu wecken.  Das Ergebnis war völlig Kontinuitätslos. Wenn man dazu einige Ungenauigkeiten im Blech hinzufügt sowie die Tatsache, dass fast alle Sänger zumindest einmal außer tempo geraten sind (ist diese Partitur wirklich so schwer?), bekommt man den Eindruck, das Barenboim nicht gerade gut in Form war. Schade. Die Besetzung war erstklassig. Es ist schön, auf der Bühne einen “Riesen” (in jedem Sinne) des Kalibers von Matti Salminen als Fasolt zu sehen, was jedes Urteil über die Interpretation aussetzt. Die Tatsache, dass Fafner von Falck Struckmann gesungen wurde,  machte ihre Auftritte tatsächlich gigantisch. Der Donner von Roman Trekel war an dieser Stelle ein würdiger Gegner. Sehr gut waren alle drei Tenöre (Loge: ein sportlicher und sehr ausdruckvoller Stephan Rügamer; Mime: ein talentierter Wolfgang Ablinger Sperrhacker; Froh: die schöne Stimme von Simon O’Neill) und natürlich waren auch die anderen Darsteller ebenso gut (Wotan: Iain Paterson; Alberich: Johann Schmeckebecher, evtl. ein wenig übertrieben.). Nicht so sicher bin ich nur über Flosshilde (Anna Lapkovskaja), die ständig leicht zu hoch sang, und Erda (Anna Larsson), nicht magnetisch genug.

Das Publikum im ausverkauften Theater reagierte mit großer Begeisterung, ich gar nicht.

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