Musikfest Berlin: Andris Nelsons/ Berliner Philarmoniker – Debussy, Varèse, Berlioz

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[testo italiano sotto]

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L’attrazione principale di questo concerto era Arcana di Varèse, pezzo eseguito molto raramente e del quale a dire il vero non ho nemmeno mai trovato un’esecuzione convincente. Il resto del programma includeva pezzi di repertorio come con il Prélude à l’après-midi d’un faune di Debussy e la Symphonie fantastique di Berlioz, a prima vista meno interessanti. Il risultato però è andato contro le aspettative.

Arcana in realtà non è stato così entusiasmante.  Il suo essere a mezza strada tra Amériques e Octandre lo rende un pezzo non facile da gestire: la dimensione sonora per grande orchestra ricorda molto Amériques, mentre l’impianto formale, il continuo girare in tondo intorno a un’idea musicale, quasi come se si trattasse di un oggetto fisico da esaminare sotto varie prospettive, rimandano già a Octandre – solo che in Arcana mancano tanto l’impatto emozionale e il gigantesco crescendo del primo quanto la lucida oggettività del secondo. La lettura distaccata di Nelsons non  è sembrata in grado di giustificare gli scatti di furia sonora che erompevano qua e là, ma nemmeno di reggere in maniera convincente l’impianto formale dall’inizio alla fine. Ma forse il problema risiede nel pezzo e non nell’esecutore.

Era chiaro, invece, l’intento di porre tutti e tre i brani sotto un’unica luce. Così anche il Prélude à l’après-midi d’un faune, eseguito con lo stesso distacco, suonava quasi raggelato e tutt’altro che sentimentale, anticipando Jeux. Nelsons ha diretto con estrema chiarezza e sicurezza ottenendo un risultato sicuramente interessante, anche se forse un po’ forzato.

Ma la vera sorpresa è stata la Symphonie fantastique. Là un grande Maestro ha regalato agli ascoltatori un’esecuzione strabiliante, completamente nuova e allo stesso tempo del tutto attinente, che può tranquillamente essere considerata una pietra miliare nell’interpretazione di questo lavoro. La lettura distaccata paradossalmente metteva in evidenza la dimensione soggettiva del racconto musicale, che invece di essere spaccato in due parti come succede di solito, con i primi tre movimenti che delineano l’evolversi di un romantico amore infelice e gli ultimi due completamente sprofondati nella follia, era fin dalle primissime battute immerso in un’atmosfera di allucinazione, nella quale penetravano qua e là brandelli di realtà. Il primo movimento, Rêveries – Passions, invece di risolversi in una sequenza di episodi slegati più o meno sognanti, assumeva quasi il contorno di un tema con variazioni, come se fosse il tentativo da parte di una mente disturbata di mettere ordine nella propria esperienza e nelle proprie sensazioni, stabilendo anche una diretta relazione con l’interpretazione del brano di Debussy. In questo modo assumeva un’unità e una coerenza mai sentite, e allo stesso tempo risultava non meno delirante del sabba finale, che ne diveniva una perfetta conseguenza. Assolutamente travolgente il secondo movimento, Un bal, di nuovo con un ribaltamento di prospettive. Invece di avere, come al solito, un elegante valzer (mondo oggettivo) nel quale s’insinuano le sensazioni del protagonista (mondo soggettivo), si aveva una spaccatura tra realtà e delirio, nella quale il valzer veniva interamente filtrato e distorto nel mondo soggettivo del protagonista, mentre l’idée fixe appariva come qualcosa di esterno e concreto – e per questo ancora più irraggiungibile. Equilibratissimo la Scène aux champs, in cui l’improvvisa quiete dopo il frastuono del ballo suonava d’un tratto modernissima, come se anticipasse la linearità e la secchezza di certe partiture neoclassiche d’inizio Novecento. Il tentativo di oggettività si risolveva nella creazione di un paesaggio non meno artificiale dei precedenti; l’idillio è completamente annullato già dall’attacco dell’oboe; l’improvvisa esplosione sentimentale della parte centrale segnava non tanto il risorgere della passione quanto la definitiva perdita di controllo e la resa del protagonista, e ciò che seguiva poteva essere solo oscurità. Con tali premesse, Nelsons non ha avuto alcun bisogno di calcare la mano sui lati grotteschi della Marche au supplice, che in questa visione risultava perfettamente agghiacciante proprio perché del tutto conseguente. Nella completa deformazione tematica e sonora del Songe d’une nuit du sabbat, infine, Nelsons si ricollegava alla fredda furia di Arcana, ottenendo un impatto sonoro ed emotivo impressionante e oltrepassando (se possibile) tutto quello che aveva fatto fino a quel momento. Sensazionale!