Calendario dei compositori – giorno 57

26 febbraio: Antonín Reicha (1770-1836)

ANTONÍN REICHA (che nella sua vita si fece chiamare anche Anton a Vienna e Antoine a Parigi, mentre anche il cognome si trova talvolta scritto Rejcha) nasce il 26 febbraio 1770 a Praga – ma, pur essendo di origine ceche come il compositore di ieri, Ostrčil, e pur essendo oggi molto celebrato nella Repubblica Ceca, di fatto non contribuì minimamente alla vita culturale di quella terra e neppure vi studiò. Oggi è conosciuto soprattutto per i suoi quintetti di fiati, ma Reicha ha composto di tutto, Opere, Sinfonie, Quartetti d’archi, Concerti, diversi pezzi per pianoforte e anche un Requiem. Gran parte della sua musica però è ancora inedita, perché Reicha trovava più proficuo trascrivere subito le sue idee piuttosto che consumare il tempo cercando un modo di far eseguire i suoi pezzi. Il risultato è che, dopo più di 170 anni, la sua musica è ancora in gran parte sconosciuta, e ciò che si conosce in realtà fa parte della sua produzione più tradizionale. Reicha aveva difatti idee avanzatissime, al punto di sperimentare la poliritmia in una delle sue fughe o da teorizzare l’impiego dei quarti di tono.

Il padre, che era musico cittadino, morì molto presto, la madre si disinteressava della sua educazione, e così Reicha, seguendo l’istinto, fuggì di casa saltando su un carro che passava, raggiungendo infine suo zio Josef Reicha, compositore, che viveva a Wallerstein in Baviera e che lo adottò, insegnandogli violino e pianoforte, mentre la moglie insistette per fargli imparare anche il francese. Sempre in quel periodo, studiò anche il flauto. Nel 1785 lo zio ottenne il posto di Maestro della Cappella di Corte a Bonn, e quindi tutta la famiglia si trasferì là, e Antonín cominciò a suonare nella Cappella diretta dallo zio (violino e secondo flauto). Qualche anno dopo anche Beethoven cominciò a suonarvi (viola e organo) e i due strinsero amicizia. Nel frattempo Reicha aveva già cominciato a studiare composizione (di nascosto, perché lo zio si opponeva) e aveva addirittura composto una Sinfonia. Studiò anche lui con Christian Gottlob Neefe, che era l’insegnante di Beethoven, e fu introdotto a Il clavicembalo ben temperato, che si può dire sia divenuto per lui una sorta di Bibbia. Nel 1789, l’anno della Rivoluzione Francese, Reicha s’iscrisse all’Università di Bonn, seguendo corsi di matematica e filosofia. La mentalità scientifica e i calcoli e le permutazioni matematiche Reicha poi li applicherà al sistema musicale. Quando Bonn fu occupata dai francesi, egli fuggì ad Amburgo e fece voto di non esibirsi mai più in pubblico, guadagnandosi da vivere insegnando armonia, pianoforte e composizione. Ad Amburgo compose due opere in francese, ambedue di argmomento orientalistico: Obaldi, ou Les français en Egypte e L’Ermite dans l’île Formose. Dopo un primo tentativo naufragato di affermarsi a Parigi nel 1799, dove non furono accettate né le sue opere precedenti né quella nuova, L’ouragan, Reicha si trasferì a Vienna nel 1801, dove riallacciò il rapporto con Beethoven e studiò con Salieri e Albrechtsberger. Quest’ultimo era un esperto di fuga e contrappunto. Uno dei patroni di Beethoven, il Principe von Lobkowitz, fece rappresentare l’opera L’ouragan, che deve aver suscitato un certo interesse, perché l’Imperatrice Maria Teresa gliene commissionò subito un’altra, Argine, regina di Granata, che fu rappresentata nel Palazzo Imperiale durante il carnevale 1802. Nel frattempo Reicha aveva ripreso anche i contatti con Haydn, da lui incontrato già in precedenza. A lui dedicò le sue 36 fughe per pianoforte op.36, con le quali voleva allargare l’ambito armonico e ritmico della fuga classica, ponendo per esempio la risposta su una tonalità diversa dalla dominante,cosa che secondo Reicha apriva lo sviluppo armonico del pezzo a modulazioni molto più interessanti, o utilizzando metri particolari, come il 12/4 o il 2/8. Le nuove idee di Reicha su fuga e contrappunto devono aver stimolato Beethoven, che in quel periodo stava lavorando all‘Eroica. Per il Principe Luigi Ferdinando di Prussia scrisse il gigantesco L’art de varier, 57 variazioni per pianoforte che hanno un’estensione stilistica estremamente ampia, tanto da anticipare in certi passaggi la musica di Schumann, Chopin o Debussy. Reicha declinò però l’offerta dello sfortunato Principe (sarebbe morto in battaglia di lì a poco) di un posto a Berlino. La sua carriera viennese fu comunque troncata (di nuovo) dai francesi, quando Napoleone occupò la città e la censura proibì l’esecuzione della cantata sulla Lenore di Bürger che Reicha aveva appena composto. Egli si recò allora a Lipsia, cercando di organizzarne là un’esecuzione, ma a causa delle complicate contingenze storiche anche quell’esecuzione fu cancellata e per di più Reicha si ritrovò bloccato a Lipsia, senza poter far ritorno a Vienna. Quando, dopo due anni, poté tornarvi, la prospettiva di un’altra guerra imminente gli fece decidere di trasferirsi a Parigi, dove tentò nuovamente la carriera di operista con tre opere, collezionando tre insuccessi. Alla luce di tutto questo si può anche capire come mai Reicha considerasse così stressante tentare di far eseguire i propri pezzi… Riuscì comunque ad affermarsi come teorico e insegnante, e a farsi notare con pezzi come la Musique pour célébrer la Mémoire des Grands Hommes et des Grands Événements de la République Française (1815) per orchestra di fiati, o il Te Deum voluto da Luigi XVIII nel 1823 per celebrare la vittoria nella campagna di Spagna. Reicha ottenne quindi una cattedra di contrappunto e fuga al Conservatorio, nonostante l’opposizione dell’ex amico Luigi Cherubini, da lui già conosciuto a Vienna. I trattati di Reicha diventarono testi standard del Conservatorio; soprattutto molto discusso fu il Traité de haute composition musicale (1826), nel quale Reicha si spingeva a considerare l’uso di musica popolare e di quarti di tono e illustrava un metodo per la risoluzione irregolare delle dissonanze. Egli ebbe tra i suoi allievi Liszt, Berlioz, Gounod, Pauline Viardot e César Franck; assunse la cittadinanza francese (cambiando il nome in Antoine) ed entrò a far parte dell’Académie française. A Parigi compose i suoi famosi 25 Quintetti per fiati, per la delizia degli strumentisti dell’Opéra-comique e riempiendo un vuoto di repertorio per quella formazione. I pezzi entrarono subito molto in voga, ma furono giudicati abbastanza negativamente tanto da Berlioz, che li definisce un po’ freddi (cosa non in linea con le teorie di Reicha, che sulla musica come arte dell’emozione aveva scritto persino un saggio), quanto da Spohr, che li descrive come un’accozzaglia d’idee mal collegate tra di loro. Questo anche per evidenziare quanto sia falsata una prospettiva su Reicha che veda queste composizioni come la sua opera principale.

Apro comunque la lista degli esempi dai suoi Quintetti per fiati, perché, nonostante lo stile tradizionalista, Reicha compie comunque in essi qualcosa di unico per l’epoca, esplorando tanto le possibilità tecniche quanto soprattutto quelle timbriche della formazione e componendo cioè spesso per timbri (di qui anche l’accusa di Spohr sulle idee affastellate a casaccio). Uno dei più famosi è il n.2 dell’op.88, che comincia con una sequenza di accordi che anticipa in parte l’apertura del Sogno d’una notte di mezza estate di Mendelssohn. Notare anche lo spostamento formale del Minuetto al secondo posto. Né può mancare la fuga, posta a sorpresa come una delle variazioni in mezzo al Poco andante.

Antoine Reicha: Quintetto per fiati op.88 n.2 in mi bemolle maggiore (1817) I. Lento-Allegro moderato II. Minuetto. Allegro III. Poco andante, grazioso IV. Finale. Allegretto

Albert Schweitzer Quintet

Particolare il Minuetto del Quintetto op.100 n.3, con le sue reminiscenze e citazioni beethoveniane, dalla Quinta Sinfonia allo Scherzo dell’Eroica.

Antoine Reicha: dal Quintetto op.100 n.3 in mi bemolle maggiore (1820) – III. Minuetto. Allegro scherzo

Albert Schweitzer Quintet

Ben altro tono, molto meno tranquillo e rassicurante, ha invece la musica scritta durante il precedente periodo viennese. Le 36 fughe per pianoforte sono modernissime e in certi passaggi non suonano affatto come musica di un compositore dell’Ottocento. Ne propongo qui una piccola selezione. La n.9 su tema di Alessandro Scarlatti, tutto sommato tradizionale, ma con alla base un tema decisamente poco comodo; la n.12 in 2/8; la n.13 a due soggetti, composta seguendo il nuovo sistema armonico di Reicha, modale, solo sui tasti bianchi; la Fuga-Fantasia n.14 su un tema di Frescobaldi; la n.15 a 6 soggetti, con conseguente allargamento dello spazio musicale; la n.29, che esaurisce il totale cromatico nel soggetto (prime otto battute); la n.30 a tre soggetti, nella quale il primo e il terzo soggetto sono in 4/2, mentre il secondo è concepito in 3/4.

Anton Reicha: 36 fughe per pianoforte (1803) – n. 9. Allegro moderato (tema di A. Scarlatti) 12. Allegretto 13. Allegro moderato 14. Ferme et avec majesté-Presto (Fuga-Fantasia) 15. Adagio, a sei soggetti 29. Allegro moderato 30. Allegro moderato

Fuga n.9
Fuga n.12
Fuga n.13
Fuga n.14
Fuga n.15
Fuga n.29
Fuga n.30

Non da meno sono i Quartetti di quel periodo. Un piccolo esempio è questo finale fugato del Quartetto op.48 n.3.

Anton Reicha: dal Quartetto in mi bemolle maggiore op.48 n.3 (1804) – IV. Allegro vivace

Chiudo con due brani dalla cantata Lenore: lo spettrale bussare alla porta di Wilhelm, che anticipa la Quinta Sinfonia di Beethoven e la grande tempesta finale. Naturalmente questa versione di Lenore va ad aggiungersi alle altre tre che abbiamo già incontrato in questo calendario, qui e qui.

Anton Reicha: Lenore, cantata per soli, coro e orchestra (ca. 1805)

Und aussen, horch! ging’s trap trap trap
Sturm