Calendario dei compositori – giorno 55

24 febbraio: Arrigo Boito (1842-1918)

ENRICO BOITO (che più tardi si cambiò il nome in Arrigo) nasce il 24 febbraio 1842 a Padova, che allora faceva parte del Regno Lombardo-Veneto, già attraversato dalle tensioni che avrebbero portato di lì a poco alle Cinque Giornate. Sua madre era una contessa polacca,
Józefina Radolińska, suo padre un miniaturista. I genitori però si separano presto, e Arrigo, assieme al fratello Camillo, compie i primi studi a Venezia, dove vive con la madre, trasferendosi subito dopo a Milano per frequentare il Conservatorio e insieme i salotti, nei quali viene introdotto dal fratello. Fin da subito si distingue tanto nel campo musicale quanto in quello poetico. Durante gli anni del Conservatorio di Milano collabora con l’amico Franco Faccio per la “cantata patria” Quattro giugno (1860), su testo di Boito, e sempre con Faccio, produce il lavoro di diploma, il mistero Le sorelle d’Italia. I due vincono una borsa di studio che permette loro un viaggio a Parigi, dove Boito frequenta la casa di Rossini (in quel periodo frequentata anche da Wagner, anche se non sembra che Boito e Wagner si siano effettivamente incontrati), conosce Auber, Gounod, Berlioz e Verdi, che vi si trovava quasi per caso, dopo che la prima de La forza del destino a San Pietroburgo era stata rimandata per l’indisposizione della primadonna. Proprio il 13 marzo 1861 avviene la tumultuosa prima parigina del Tannhäuser di Wagner, opera boicottata dal Jockey Club e osannata da Baudelaire. Proprio l’esperienza della musica di Wagner aprì a Boito prospettive completamente nuove, tanto dal punto di vista musicale quanto da quello poetico, e, tornato a Milano, si unì alla Scapigliatura, un movimento di disordinati Bohémienne italiani, definito da Cletto Arrighi (ovvero Carlo Righetti), che ne aveva inventato il nome, “vero pandemonio del secolo, personificazione della storditaggine e della follia, serbatoio del disordine, dello spirito d’indipendenza e di opposizione agli ordini stabiliti”. Boito, che proprio in quegli anni aveva scritto un poema intitolato Dualismo, che comincia così:

Son luce e ombra; angelica 
farfalla o verme immondo,
sono un caduto chèrubo
dannato a errar sul mondo,
o un demone che sale
affaticando l’ale,
verso un lontano ciel

Se a queste componenti (il panorama internazionale, la scoperta di Wagner, la ribellione della Scapigliatura, il dualismo) si somma il lavoro su Shakespeare per la collaborazione con Faccio nell’opera Amleto (1865 – non è del tutto chiaro se nell’opera vi sia anche musica di Boito), appare chiaro come tutto guidasse Boito verso il soggetto del Faust – laddove il poeta poteva identificarsi tanto nel protagonista quanto nello “spirito ribelle” Mefistofele. Intanto nel 1865 scriveva un poema decisamente trucido, Re Orso, pieno di orchi e mostri orribili, e nel 1866 partecipava alla campagna di Garibaldi per liberare l’Italia. Subito dopo si mise al lavoro sul Mefistofele, operando la scelta rivoluzionaria di dedicare pochissimo spazio alla storia d’amore con Margherita, che, nell’arco di un’opera in 9 quadri in due Prologhi, 5 Atti e un Intermezzo Sinfonico, è confinata a due soli quadri e si esaurisce nella prima metà del dramma (il libretto della prima versione lo si può leggere, pur con una certa fatica, qui). La musica doveva comprendere tutto l’arco del possibile, dalla melodia alla dissonanza alla rumoristica con fischi nell’intermezzo della Battaglia, sostanzialmente comunque abolendo Arie e Duetti, salvo pochissime eccezioni. La prima dell’opera Milano fu più che un fiasco, dato che tanto la prima quanto la seconda rappresentazione furono disturbate da violente contestazioni, al punto che l’opera fu ritirata dopo la seconda. Verdi commentò che Boito, nel suo sforzo di voler essere originale, era riuscito a essere solo bizzarro. In realtà, come dimostra anche il successivo Nerone, Boito era solo parecchio in anticipo sui tempi. Boito non si arrese e si volse a un altro soggetto, Ero e Leandro, scrivendosi anche stavolta il libretto e cominciando a comporne anche la musica, ma dopo un po’ si dichiarò insoddisfatto di quello che stava venendo fuori e preferì cedere il libretto a Giovanni Bottesini prima (1879) e (grazie a Dio) a Luigi Mancinelli poi (1896). La versione di Bottesini, per quanto ancora oggi susciti molta attenzione, è difatti frutto di un compositore del tutto privo di senso drammatico e non rende minimamente giustizia al libretto. Nel frattempo Boito si divideva ancora nella sua doppia attività di poeta e compositore, da un lato scrivendo il libretto per La Gioconda di Ponchielli, molto faticosamente musicato da quest’ultimo, che riteneva il testo troppo difficile e richiedeva in continuazione delle modifiche, e dall’altro rielaborando una seconda versione del Mefistofele, che andò in scena con grande successo a Bologna nel 1875. La seconda versione è innanzitutto notevolmente ridotta rispetto alla prima: scompaiono del tutto il Prologo parlato in teatro, il primo quadro dell’Atto IV alla corte dell’imperatore e l’Intermezzo Sinfonico con la scena della Battaglia e vengono alleggeriti tutti i quadri restanti. Inoltre aumentano le concessioni al pubblico: Faust adesso è un tenore e ha non solo delle Arie, ma anche due Duetti con le sue due donne, Margherita ed Elena. Il Duetto dell’Atto III “Lontano, lontano, lontano” con Margherita è ripreso direttamente dalla musica scritta per Ero e Leandro, mentre il Duetto con Elena e Coro dell’Atto IV è completamente nuovo. Boito aveva intanto già cominciato ad accarezzare l’idea di un’altra opera, Nerone, e aveva cominciato a documentarsi sul soggetto. Sarebbe interessantissimo conoscere un po’ più vicino le fasi della composizione, che si protrasse per tutto il resta della vita di Boito, che lasciò alla fine l’opera incompiuta. Si sono fatte mille supposizioni su cosa può aver rallentato così tanto il lavoro, certo è che Boito raccolse una quantità immensa di materiale, arrivando per esempio a descrivere nel dettaglio ogni singolo aspetto dei suoi personaggi, dalla psicologia ai materiali da usare per i costumi – e quindi, già solo per scrivere il poderoso libretto, impiegò probabilmente parecchi anni. Il fatto è che alla morte di Verdi, cui Boito aveva fornito i libretti delle ultime due opere Otello (1887) e Falstaff (1893), Boito si risolse a pubblicare il suo dramma impossibile, in una versione in cinque atti. Si può dire che l’ipoteca di quest’opera del grande Maestro che prima o poi doveva apparire abbia notevolmente bloccato in Italia la produzione di opere su soggetti della Roma antica, che invece andavano abbastanza di moda altrove, e che da questo punto di vista Melenis di Zandonai (1912) rappresenti una notevole eccezione, riprendendo tra l’altro in sostanza dal libretto di Boito l’architettura della scena del Circo. Non ho avuto tempo qui di approfondire la ricerca e non sono riuscito quindi a scoprire quanto di quest’opera fosse compiuto alla morte del Maestro nel 1918. Se ho capito bene, i primi quattro atti erano interamente composti, coi primi tre in partitura e il quarto in particella, cosa che richiese l’intervento di Tommasini e Smareglia. Manca invece completamente il quinto atto, che vedeva Nerone da solo e perseguitato dai rimorsi durante l’incendio di Roma. In questa versione monca Nerone è effettivamente un protagonista strano, del tutto assente nell’attuale quadro finale e quasi privo di una vera vicenda. L’opera fu rappresentata per la prima volta nel 1924, diretta da Toscanini. Per dare un’idea dello spettacolo, bisogna pensare che nel Finale I erano presenti 700 persone sulla scena e che, tra le altre cose, gli effetti utilizzati per l’incendio di Roma furono di una spettacolarità mai vista. Una descrizione delle rappresentazione torinese del 1925 si trova qui. Negli anni Venti la musica di Boito era purtroppo completamente inattuale, ma se la si ricolloca agli anni in cui fu (probabilmente) effettivamente composta, l’opera resta di una modernità straordinaria, soprattutto per l’uso continuo e insistito di eventi musicali simultanei. Per esempio, l’opera inizia con una serie di cori che vengono da diverse parti, mentre sulla scena si svolge il dialogo tra Simon Mago e Tigellino – e questo allargamento spaziale della dimensione musicale della scena, per alcuni versi accostabile all’inizio del secondo atto di Der ferne Klang (l’effetto vagamente disorientante di immersione dello spettatore nella musica è abbastanza simile) ricopre una grandissima parte di tutto il primo atto. Nel secondo atto, che, secondo l’articolo citato sopra, è da intendersi come omaggio all’Aida, si ha una scena divisa in due da una tenda, con due azioni simultanee, che anticipa di molti anni la scena del club del Christophorus di Schreker. Per qualche motivo che mi sfugge però questo lavoro interessantissimo sembra non incontrare i favori di pubblico e critica, per cui in definitiva, Boito è ricordato come grande librettista e autore di una sola opera bizzarra, il Mefistofele.

Arrigo Boito: Nerone (1880-1918)

Gianandrea Gavazzeni, 1975 @Allan Rizzetti

Ne aggiungo una versione scenica, per quanto il video non sia il massimo e i cantanti mostrino qua e là difficoltà evidenti. Già solo vedendo il video si percepiscono la potenza e la novità della scena iniziale.

Split 1989 @nikša-serafin lendić

Riguardo al Mefistofele, c’è su youtube il,video integrale della produzione al Teatro Comunale di Firenze del 1989, che io devo aver visto, dato che all’epoca ero abbonato – ma della quale non mi è rimasto assolutamente niente, ragion per cui evito di postarla qui. Ho deciso quindi d postare degli estratti da diverse produzioni, per evidenziare anche le varie possibilità della messa in scena di questo lavoro, effettivamente pieno tanto di scene grandiose quanto di scene liriche o surreali.

Arrigo Boito: Mefistofele (1865-1875)

@Michael Gruber
@BayerischeStaatsoper
@Gustavo Lanfranchi
@Metropolitan Opera
@ Leandro Campagni
@sopranietenori
(registrazione purtroppo funestata da colpi di tosse vari) @proudsoul
@DieVogelQDU
@ DieVogelQDU