Calendario dei compositori – giorno 45

14 febbraio: Francesco Cavalli (1602-1672)

Tradizionalmente noto come ritratto del compositore, si tratta in realtà del ritratto del suo patrono Federico Cavalli @Enciclopedia Treccani

FRANCESCO CALETTI nasce il 14 febbraio 1602 a Crema. Non solo, insomma, non si chiamava davvero Cavalli, nome che gli fu attribuito da quello del suo protettore Federico Cavalli, governatore di Crema dal 1614 al 1616, ma anche l’unico ritratto che abbiamo è falso, in quanto ritrae appunto il protettore e non lui. Proprio Federico Cavalli, avendo notato le doti musicali di Francesco, se lo portò a Venezia, dove nel 1617 Francesco divenne cantore nella Basilica di San Marco, della quale era maestro Claudio Monteverdi. Cavalli rimase poi sempre in carica a San Marco, passando dall’iniziale ruolo di soprano nella Cappella Marciana a quello di tenore (1628), poi secondo organista (1635), primo organista (1665) e infine maestro della Cappella Ducale (1668). Dal 1639 Cavalli aveva intanto cominciato a scrivere per il teatro, approfittando anche della felice situazione di Venezia a quel tempo: l’opera fioriva e i cinque teatri della città si facevano concorrenza, tanto che, nel corso degli anni, Cavalli si trovò a comporre contemporaneamente per due o tre dei teatri della città. Il suo primo lavoro teatrale, Le nozze di Teti e Peleo, composto per il Teatro San Cassiano, è più una festa teatrale con grandi scenografie e complicati macchinari per i vari effetti che non un’opera vera e propria. Questa fu comunque una delle opere di Cavalli esportate anche a Parigi, dove fu rappresentata al Palais-Royal (1654). Nel 1640 Cavalli tornò al San Cassiano, stavolta con Gli amori di Apollo e Dafne, su libretto di Giovanni Francesco Busenello, lo stesso poeta de L’incoronazione di Poppea di Monteverdi (1643). Busenello scrisse per Cavalli altri tre libretti, tra cui quello della Didone, l’anno seguente, stabilisce coi suoi 27 ruoli una specie di record. La fama del compositore cominciò a propagarsi, e già L’Egisto (1643) venne ripreso in tutta Italia, e fu probabilmente la prima opera di Cavalli a raggiungere anche la Francia (nel 1646 al Théâtre du Petit-Bourbon di Parigi). Il suo più grande successo Cavalli lo raggiunse col Giasone (1649), l’opera più popolare di tutto il Seicento. L’opera porta avanti lo stile monteverdiano, evolvendolo sempre più in una serie di scene “tipiche” dal carattere sempre differenziato (lamento, follia, comico, magico, tempesta, scena del sonno, scena guerresca, scena d’amore ecc.) ciascuna delle quali culmina in un vero e proprio numero musicale – come avverrà più tardi, in maniera quasi schematica, nelle opere di Vivaldi. Un’altra opera molto famosa in Italia al tempo fu Xerse (1654), su un libretto di Niccolò Minato riutilizzato poi da Bononcini e Händel. L’aria “Ombra mai fu” restò famosissima nella versione di Cavalli, finché non fu rimpiazzata nel 1738 dalla versione di Händel. Proprio Xerse, in una traduzione in francese, sostituì nel 1660 all’ultimo momento l’opera che Cavalli avrebbe dovuto comporre per le nozze di Luigi XIV con Maria Teresa d’Asburgo, Ercole amante, che era stata commissionata dal cardinale Mazzarino. Xerxès fu rappresentato nella Galleria del Louvre con balletti di Lully, ma non venne ben accolto dalla corte – a differenza dei balletti, che invece piacquero molto. Ciò nonostante, l’Ercole amante, una volta completato, fu rappresentato (anch’esso corredato di ben 18 balletti con musica di Benserade e Lully) nella Salle de Machines nel Palazzo delle Tuileries, teatro che venne costruito apposta per quest’opera – divenendo così l’opera più costosa rappresentata in Francia fino ad allora. Un’altra opera di Cavalli, Erismena (1655), fu probabilmente la prima opera ad essere completamente tradotta in inglese per essere rappresentata in Inghilterra nel 1674. L’unico insuccesso italiano documentato nella produzione di Cavalli fino al 1665 sembra essere stato La Calisto (1651 – solo 11 rappresentazioni), ad ogni modo la serie ebbe bruscamente fine nel 1667, quando la sua opera Eliogabalo, composta per il teatro San Salvatore di Venezia, fu sostituita con un altro Eliogabalo di Giovanni Antonio Boretti. La ragione precisa non si conosce. Che la musica di Cavalli fosse già fuori moda è difficile da credere, dato che altri suoi lavori continuarono a essere ripresi anche 15 anni dopo. L’opera successiva, Coriolano (1669), rappresentata al Palazzo Ducale di Parma, è andata perduta (come anche altre 11 opere degli anni precedenti), e l’ultima opera di Cavalli, Masenzio (1673), non fu mai rappresentata ed è andata perduta. Egli abbandona allora l’opera e si dedica allora alla musica sacra, componendo nel 1675, un anno prima di morire, una Missa pro defunctis.

Per chi, come me, ama alla follia L’incoronazione di Poppea, la musica di Cavalli, che prosegue in quello stile, anche se senza la complessità di Monteverdi, è fonte di una goduria infinita. Il duetto finale de L’incoronazione di Poppea, inoltre, è quasi certamente suo – anche se non vi sono prove definitive.Si dice che Cavalli fu il primo a introdurre l’aria nell’opera, ma di arie ce n’erano già nelle opere di Monteverdi, e già a partire dall’Orfeo. Quello che fa piuttosto Cavalli è di ricorrere all’aria in maniera sistematica, semplificando in tal modo l’inesauribile variazione formale di Monteverdi. L’alternanza di pezzi chiusi e recitativi nelle sue opere non è comunque per niente meccanica; i recitativi sono in realtà ancora grandi scene in “recitar cantando” in stile monteverdiano e le arie sono molto libere e non legate ad alcuno standard formale. Si ha inoltre una continua alternanza di scene tragiche e comiche, secondo lo stile del tempo.

In omaggio alla ricorrenza di San Valentino ho cercato di creare una playlist su spotify con brani di argomento amoroso dalle opere di Cavalli.

Tutti i testi (o perlomeno la maggior parte, sono reperibili su questo meraviglioso sito. Illustro brevemente i vari brani:

  • La Didone (1641): il primo brano, “Dormi o cara”, è una delle tipiche “scene del sonno”: Enea contempla Didone addormentata e prega che non si risvegli prima che lui sia partito; il secondo brano invece è la scena in cui Enea abbandona Didone. Dopo averlo invano invocato di restare, rimasta sola, Didone vuole solo morire.
  • Ormindo (1644): nel primo brano, “Sì, sì, che questa notte”, Ormindo ed Erisbe si giurano eterno amore mentre sono in procinto di morire dopo aver preso un veleno per comando del crudele re Hariadeno; il secondo brano è il duetto finale dell’opera, in cui Ormindo ed Erisbe, che in realtà non sono morti, cantano il loro amore.
  • Giasone (1649): il primo brano, “Se dardo pungente”, è l’ingresso in scena di Medea, già segretamente innamorata di Giasone; nel secondo e nel terzo (Atto I, scene 10 e 11) Medea fa credere a Giasone di dargli in sposa la sua vecchia serva, solo per rivelargli poi il suo amore, con conseguente duetto; nel quarto (Atto III, scena 2) abbiamo un’altra scena del sonno, con Giasone e Medea in una radura, in cui Giasone s’addormenta.
  • L’Oristeo (1651): “Dimmi Amor che farò?” è l’aria di Diomeda, che ha ripudiato Oristeo e vuole sposare Trasimene, ma s’interroga sul suo futuro-
  • La Calisto (1651): nei primi due brani, “Chi non ti crederebbe” e “Va’ pur”, Giove si è mutato in Diana per avvicinare la ritrosa Calisto, e in questo modo riesce impunemente a baciarla, seguito dall’ironico commento di Mercurio, che inneggia alla frode come mezzo per ottenere l’amore; il terzo e quarto brano sono dedicati alla parallela storia di Diana ed Endimione, con Endimione cacciato dalla presenza di Diana, mentre ella subito dopo dichiara il proprio segreto amore (“Parto e porto partendo”), e col canto estatico d’Endimione nel secondo Atto (“Cor mio, che vuoi tu?”); in “Restino imbalsamate” Calisto è in spasmodica attesa che la finta Diana nuovamente la raggiunga e in “Dolcissimi baci” Diana ed Endimione, finalmente riuniti, possono amarsi.
  • L’Eritrea (1652): non ho avuto tempo di indagare cosa diamine succede in quest’opera, comunque “O luci belle” è un duetto tra Laodicea e Teramene. Il libretto si trova qui.
  • La Veremonda, l’amazzone d’Aragona (1652 a a Napoli nel Palazzo Reale): anche qui non ho la minima idea di cosa succeda, comunque il libretto (per chi ha molta pazienza) si trova qui, altrimenti qui si può vedere un video di tutta quanta l’opera.
  • Il Xerse (1654): “Innamorato cor” è l’aria di Arsamene. che ha appena mandato una lettera d’amore a Romilda; §Luci mie che miraste” ü invece l’aria di Adelanta in una scena aggiunta nel terzo atto – ma non chiedetemi cosa succede…
  • Statira principessa di Persia (1656): qui dev’esserci un errore, perché quest’aria non è nel libretto e non ho idea di dove venga…
  • L’Artemisia (1657): anche in questo caso ho rinunciato a seguire il libretto, anche perché è consultabile solo qui, e richiederebbe un sacco di tempo (che non ho). Però quest’opera è particolarmente ricca di arie e melodie, per questo è alla fine quella da cui ho tratto più brani. Il primo, “Ardo, sospiro e piango”, è un classico Lamento; “S’Amor vuol così” un’aria e scena d’amore dolcissima; “Dir ch’io v’amo” è un’aria d’amore particolarmente vivace; “Se vuoi ch’io t’ami” è una scena comica (“Se tu vuoi ch’io tami, pregami/ farò poi quel che mi va”); “Dammi morte” è ancora una volta un Lamento.
  • Eliogabalo (1667): “Pur ti stringo” suona chiaramente molto simile al finale de L’incoronazione di Poppea – nella versione originale, che si può vedere nel video integrale dell’opera qui, si tratta in realtà di un quartetto e chiude l’opera.

Francesco Cavalli: Arie e duetti d’amore – playlist

Fuori tema aggiungo due scene: l’invocazione di Medea dal Giasone e la deliziosa Danza degli Orsi da La Calisto.

Francesco Cavalli: Ne l’antro magico (da Il Giasone)

Francesco Cavalli: Danza degli Orsi (da La Calisto)

René Jacobs