Calendario dei compositori – giorno 34

3 febbraio: Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847) e Luigi Dallapiccola (1904-1975)

Anche oggi – di necessità – un doppio ritratto: a uno dei due compositori, quello che inizialmente avevo scelto, sono sentimentalmente e potrei quasi dire personalmente legato, ma l’altro è troppo famoso per poterlo lasciare fuori dal calendario. I due nati oggi, a 95 anni e migliaia di chilometri l’uno dall’altro, sono Felix Mendelssohn Bartholdy e Luigi Dallapiccola.

JAKOB LUDWIG FELIX MENDELSSOHN BATHOLDY nasce ad Amburgo il 3 febbraio 1809  – in realtà semplicemente come Felix Mendelssohn, tutti gli altri nomi li riceve poi al battesimo, avvenuto solo nel 1816 con la conversione ufficiale dell’intera famiglia al luteranesimo. Il padre, Abraham Mendelssohn, era un banchiere con vaste relazioni internazionali. Ad Amburgo Mendelssohn ci nasce solamente: già nel 1811, quando egli aveva appena due anni, la famiglia decise di lasciare la città occupata dai francesi e che proprio nel febbraio 1811 fu inglobata nel napoleonico Impero Francese, trasferendosi a Berlino, e precisamente nel Palazzo Groeben nella Leipziger Strasse, abbattuto nel 1898 per costruirci la Camera dei Signori, oggi Consiglio di Stato – il che già racconta molto sulle alterne fortune cui è stato soggetto Mendelssohn dopo la sua morte, dato che in altri casi un palazzo simile sarebbe stato dichiarato monumento nazionale e adibito a museo… Mendelssohn ebbe comunque una vita sotto molti punti di vista invidiabile: di famiglia ricchissima, non ebbe particolari difficoltà a far eseguire i suoi lavori, persino quelli di cui non era del tutto soddisfatto, come per esempio l’opera Die Hochzeit des Camacho (1825, da un episodio del Don Chisciotte; la prima avvenne a Berlino nel 1827, tra l’altro con successo). Enormemente dotato musicalmente (riscrisse a memoria la partitura dell’Ouverture del Sogno d’una notte di mezza estate, che era stata dimenticata su una carrozza dopo un’esecuzione in Inghilterra, e trascrisse il Miserere di Allegri dopo averlo ascoltato una sola volta – mentre Mozart dovette ascoltarlo due volte, per dire…), poté dare sfogo alla propria inesauribile vena compositiva come e quando voleva, senza le angustie finanziare o temporali che avevano costretto per esempio Hoffmann e Schubert, raccogliendo enormi successi ovunque, e fu anche un pianista leggendario per le facoltà d’improvvisazione e uno dei più importanti organisti del secolo, oltre a essere probabilmente il primo direttore d’orchestra a utilizzare la bacchetta. Proprio nella veste di direttore d’orchestra, Mendelssohn fu il primo a riportare al grande pubblico la musica di Bach, soprattutto attraverso una celebre esecuzione della Passione secondo San Matteo nel 1829 a Berlino, nella quale Mendelssohn sostituì alcuni strumenti ormai in disuso, come per esempio l’oboe d’amore col clarinetto o il clavicembalo col pianoforte, tagliando inoltre alcuni recitativi, diversi corali e un paio d’Arie, in modo da non sovraccaricare eccessivamente esecutori e pubblico. Mendelssohn si adoperò molto anche per divulgare la musica di Haydn e fu sostanzialmente il salvatore del genere dell’Oratorio, che rischiava di cadere in disuso. Nel 1843 fondò a Lipsia il primo Conservatorio tedesco. Anche grazie alle vaste relazioni del padre, Mendelssohn viaggiò moltissimo ed entrò in contatto con molti dei più grandi compositori del tempo (Rossini, Meyerbeer, Weber, Liszt, Chopin, Berlioz, Spohr, Zelter, Schumann, che lo definì “il Mozart del XIX secolo”, e naturalmente, ma quasi per sua sfortuna, anche Wagner), oltre a incontrare più volte Goethe. Come se non bastasse, ebbe una bellissima moglie e cinque pargoli. Si può dire che il conto per tutte queste invidiabili fortune sia arrivato solo in fondo: nel 1847 la morte improvvisa dell’amatissima sorella Fanny lo fece piombare in una tale tristezza, che egli disdisse completamente tutte le attività pubbliche e si ritirò per alcuni mesi in montagna. Pochi mesi dopo fu colpito da una serie d’infarti, cui seguì un ictus, e morì prima della fine dell’anno, a soli 38 anni. Se già in vita Mendelssohn aveva incontrato qualche problema per via dell’antisemitismo strisciante, soprattutto a Berlino (non è infatti un caso se egli preferì stabilirsi prima a Düsseldorf e poi a Lipsia), la questione divenne gigantesca poco dopo la sua morte, soprattutto grazie al violento attacco dell’ex amico Wagner nel suo libello Das Judentum in der Musik (1850), nel quale egli dichiarava gli ebrei sostanzialmente incapaci di comporre vera musica. Il pregiudizio si è diffuso e radicato a tal punto, che ancor oggi si possono leggere, per esempio sulla pagina italiana dedicata a Mendelssohn, sentenze del tipo che egli fu incapace di comprendere la grandezza di Berlioz o che non raggiunse la profondità di Wagner e rimase sempre in superficie, restando nel mondo di Haydn e Mozart senza entrare nel Romanticismo, o altre amenità simili. Per chiunque abbia sentito almeno una volta l’Ouverture del Sogno d’una notte di mezza estate è chiaro come il sole che Mendelssohn è, a tutti gli effetti, uno dei grandi padri della musica romantica, che egli interpreta però in senso di continuità con la tradizione precedente – il che però non significa affatto rimanere ancorato al XVIII secolo. Naturalmente le cose peggiorarono durante l’epoca nazista, al punto tale che tutte le statue e i busti di Mendelssohn furono rimossi e la sua musica bandita dai concerti, anche se non in maniera ufficiale. A molto compositori fu addirittura proposto di ricomporre la musica per il Sogno d’una notte di mezza estate, in modo da non dover più eseguire in concerto la versione dell’ebreo Mendelssohn – e alcuni, come Carl Orff e Julius Weissmann, accettarono pure, mentre per esempio Hans Pfitzner rifiutò l’incarico. La riabilitazione di Mendelssohn, col ripristino dei monumenti distrutti e la dedica di nuove targhe e statue, è un fenomeno relativamente recente.

La mia personale relazione con la musica di questo compositore non è stata in realtà delle più felici. Rimasi a suo tempo deluso dalle innumerevoli ripetizioni nella musica per il Sogno d’una notte di mezza estate, dal fatto che ne La prima notte di Valpurga la parte demoniaca occupa meno di metà della composizione, dalla mostruosa lunghezza della Sinfonia n.2 Lobgesang o dal fatto che la struttura della Sinfonia Italiana non fosse poi così stringente. Una migliore conoscenza del contesto mi ha aiutato enormemente a rivalutare tutte queste composizioni, e trovo anche sollievo nell’apprendere che lo stesso Mendelssohn non era pienamente soddisfatto della Sinfonia Italiana e aveva in mente di apportare delle correzioni (insomma, il mio istinto musicale nell’ascolto di questo lavoro non era poi così completamente obnubilato).

Apro con quello che, per me personalmente, è il manifesto di una parte sostanziale della musica di Mendelssohn: il Lied Auf Flügeln des Gesanges, su testo di Heinrich Heine, che canta del volo tutto musicale verso terre lontane. La differenza con Schubert è palese, eppure la scelta di Mendelssohn è altrettanto moderna e preannuncia già lo stile di molti Lieder di fine secolo.

Felix Mendelssohn Bartholdy: Auf Flügeln des Gesanges (Sechs Gesänge op.34, n.2 – 1837) – il testo lo trovate qui.

Barbara Bonney, Geoffrey Parsons, @liederoperagreats

L’altra parte della musica di Mendelssohn è quella che ha a che fare con temi religiosi e si trova non di rado (soprattutto negli oratori) immersa nel mondo bachiano. Un esempio sorprendente di questo lato del compositore è la Sinfonia n.5 “Reform”, che fu in realtà la seconda sinfonia con pieno organico (dopo le 12 sinfonie per archi) composta da Mendelssohn, in occasione del 300esimo anniversario della Confessio Augustana nel 1830. A causa di disordini politici la prima non ebbe luogo e la sinfonia fu eseguita solo nel 1832, ma senza successo. Mendelssohn la mise quindi da parte e il lavoro fu pubblicato solo postumo, da qui la falsa numerazione. Per chi ancora non la conoscesse: “wait for it” al minuto 2:30! (E se davvero non sapete chi si è appropriato di quel passaggio: quello è praticamente il tema del Graal del Parsifal di Wagner!). Evidentissime inoltre anche le influenze miste di Beethoven (Scherzo) e Mozart (Andante).

Felix Mendelssohn Bartholdy: Sinfonia n.5 “Reform” op.107 (1830) I. Andante – Allegro con fuoco II. Allegro vivace III. Andante IV. Choral Ein feste Burg ist unser Gott. Andante con moto – Allegro vivace – Allegro maestoso

Berliner Philharmoniker, dir. Lorin Maazel (movimenti 1-2)
Berliner Philharmoniker, dir. Lorin Maazel (movimenti 1-2)

Dato che devo lasciare un po’ di spazio anche a Dallapiccola, chiudo in fretta con due pezzi famosissimi, ovvero il Concerto per violino (da alcuni giudicato addirittura IL concerto per violino) e le musiche di scena per il Sogno d’una notte di mezza estate. Riguardo a queste ultime cßü da dire che la famosa Ouverture fu composta da Mendelssohn già nel 1826 (cioè quando egli aveva 17 anni), mentre il resto venne nel 1843 su richiesta di Federico Guglielmo IV per una rappresentazione nel Neues Palais di Potsdam. Non potendo postare qui un file audio così lungo per via dei limiti di WordPress e non avendo trovato su youtube una versione integrale, ne ho scelto di necessità una da cui mancano alcuni numeri

Felix Mendelssohn Bartholdy: Concerto per violino in mi minore op.64 (1838-1844) I. Allegro molto appassionato II. Andante III. Allegretto non troppo – Allegro molto vivace

Hilary Hahn, Frankfurt Radio Symphony Orchestra, dir Paavo Järvi @SuperTheseus

Felix Mendelssohn Bartholdy: Ein Sommernachtstraum op. 21 (Ouverture, 1821) e op.61 (musica di scena, 1842)

hr Sinfonieorchester, dir Paavo Järvi @hr-Sinfonieorchester – Frankfurt Radio Symphony

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LUIGI DALLAPICCOLA nasce il 3 febbraio 1904 a Pisino, un piccolo paese dell’Istria, che allora faceva parte dell’Impero Austro-Ungarico. Durante la Prima Guerra Mondiale il padre, che era direttore di un liceo italiano, fu ritenuto elemento sovversivo e potenzialmente pericoloso e internato a Graz, ma proprio a Graz il piccolo Luigi ebbe occasione di vedere molte rappresentazioni d’opera, in particolare di Wagner, e decise di diventare compositore. Studiò quindi musica a Trieste e nel 1921 scoprì, grazie al suo insegnante Antonio Illersberg, il Manuale di Armonia di Schönberg, che gli aprì tutto un altro mondo. Nel 1922 si trasferisce a Firenze, dove resterà tutta la vita, e dagli Anni Trenta comincia ad affermarsi come compositore, per esempio con Partita per soprano, coro e orchestra (1932) o Inni per tre pianoforti (1935). Inizialmente il suo stile presenta ancora affinità con Stravinsky (secondo un aneddoto, una volta il giovane Dallapiccola si trovò a Venezia seduto a un tavolo vicino a Stravinsky, ma non osò rivolgergli la parola) e, con le sue suggestioni rinascimentali, non è così distante da quello di Malipiero, Respighi e Casella, ma si evolve progressivamente verso la dodecafonia. Uno dei primi lavori in tal senso sono le Tre laudi per voce acuta e 13 strumenti (1937), che si aprono con una linea melodica di 12 suoni. La musica delle Laudi torna ancora nella prima opera di Dallapiccola, Volo di notte (1940). Nel 1938 egli mostra palesemente la sua opposizione alle leggi razziali, componendo tra l’altro i Canti di prigionia – ma, com’era tipico per l’italia fascista, questo non impedisce al regime di offrigli nel 1940 una cattedra di composizione al Conservatorio Cherubini di Firenze “per chiara fama” – cattedra che però lui rifiuta, restando insegnante di pianoforte complementare. Alla fine della guerra comincia a comporre la sua opera più famosa, Il prigioniero (1948), nella quale la tecnica seriale è reinterpretata con colori e un senso della melodia tutti italiani, ciò che conferisce a Dallapiccola un posto tutto particolare nella storia della musica novecentesca. Queste ultime composizioni già mettono in evidenza la spinta etica che porta Dallapiccola a comporre, e che si basa su un Credo fermamente cristiano, che arriverà a formare tutto il modo in cui viene da lui concepita la serie, così come la sua rilettura del mito di Ulisse, argomento della sua terza e ultima opera (1968). La corrispondenza tra tema etico-religioso e sistema compositivo mette Dallapiccola da una parte in relazione col modo in cui la serie era intesa da Schönberg e Webern e dall’altra col mondo compositivo di Nono, che infatti di Dallapiccola fu un ammiratore e gli dedicò un pezzo.

La mia relazione con questo compositore è molto personale, anche se indiretta, dato che non l’ho mai incontrato: a Firenze ho abitato in via Luigi Dallapiccola prima ancora di sapere chi fosse costui, e pochi anni dopo ho udito al Maggio Musicale Fiorentino le Tre Laudi, che mi hanno lasciato un’impressione indimenticabile. Mi sono trovato poi a seguire al Conservatorio Cherubini dei corsi col Prof. Romano Pezzati, un allievo di Dallapiccola, e precisamente nell’aula in cui anch’egli insegnava – e uno di questi corsi, dietro mia richiesta diretta, ha avuto come tema centrale l’opera Ulisse, che fino allora mi era rimasta del tutto ostica. Da quel memorabile corso è nato un libro di Pezzati, La memoria di Ulisse.

In seguito a quanto detto sopra, risulterà naturale se il primo esempio musicale sono proprio le Tre laudi.

Luigi Dallapiccola: Tre laudi (1937) I. Altissima luce II: Ciascun s’allegri III. Madonna Sancta Maria

Antonia Brown, Gruppo Italiano di Musica Contemporanea, dir, Mario Ruffini @Centro Studi Luigi Dallapiccola

Il secondo esempio deve naturalmente essere Il prigioniero, unica opera di Dallapiccola che finora sono riuscito a vedere in teatro – restando tra l’altro impressionato dall’effettivo impatto scenico di questo lavoro, dove il compositore riesce a ottenere con dinamiche in pianissimo effetti paragonabili a quelli di un fortissimo. La mia edizione di riferimento in questo caso sarebbe quella diretta da Hermann Scherchen, ma qui mi devo accontentare. Ci sarebbe un video di una messa in scena dal Teatro Con, ma, da quel che ho visto, mi è sembrato più che altro esemplificativo di come non si dovrebbe mettere in scena quest’opera.

Luigi Dallapiccola: Il prigioniero (1948)

Ángeles Blancas Gulín, Georg Nigl, John Graham-Hall, Julian Hubbard, Guillaume Antoine SO vd Munt, dir. Franck Ollu @ The Opera Live Channel

E in conclusione, naturalmente, qualcosa dall’Ulisse. La registrazione della prima, avvenuta in tedesco a Berlino sotto la bacchetta di Lorin Maaze, è disponibile per intero presso TheWelleszCompany, ma io personalmente sono sempre rimasto scontento dalla qualità audio della registrazione e dalla lingua, che non si adatta alla musica di Dallapiccola. Quindi, anche se dal punto di vista dell’interpretazione si tratta di un’esecuzione non all’altezza della precedente, gli esempi li prenderò dalla registrazione diretta da Ernest Bour, con un giovanissimo (e ancora serio!) Claudio Desderi nella parte del protagonista. Ne riporto il bellissimo Prologo di Calipso e la scena centrale nella struttura a specchio dell’opera, quello che è il cuore di tutta l’opera, il viaggio di Ulisse nell’aldilà.

Luigi Dallapiccola: Ulisse (1968) – Prologo: Calipso

@William Workman (tema)

Luigi Dallapiccola: Ulisse (1968) – Atto I, scena 4: Il regno dei cimmeri

@William Workman (tema)