Calendario dei compositori – giorno 29

29 gennaio: Luigi Nono (1924-1990)

Persconferentie van Italiaanse componist Luigi Mono in Hilversum; Luigi Mono (kop) *17 juni 1970

@Joost Evers / Anefo – Nationaal Archief, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=45258293

Oggi vi parlo di uno dei grandi amori musicali della mia vita,

LUIGI NONO nasce il 29 gennaio 1924 a Venezia, dove studia con Gian Francesco Malipiero, Bruno Maderna e Hermann Scherchen. Nel 1952 è iscritto al Partito Comunista Italiano e amico personale di Togliatti, nel ’54, alla prima esecuzione (concertante) del Moses und Aron di Schönberg ad Amburgo, conosce la figlia del compositore Nuria, che sposa l’anno seguente; dal ’50 al ’60 partecipa ai Ferienkurse di Darmstadt, dove conosce, tra gli altri, Karlheinz Stockhausen ed Edgad Varèse – insomma, difficilmente si potrebbe trovare un compositore più inserito nell’ambiente e pronto a una carriera musicale in piena regola. Quello che fa invece Nono è rigettare tutte le regole e attenersi a un solo principio, che è quello della sincerità espressiva. Il principio è quello già enunciato da Boccherini, secondo cui la musica senza espressione non ha senso, ma si potrebbe tornare indietro perlomeno fino a Monteverdi. E proprio rielaborando in maniera del tutto nuova e personale l’approccio espressivo al testo proprio dei madrigalisti, Nono compie, soprattutto a partire da Il canto sospeso (1956), su lettere di condannati a morte della resistenza europea, una rivoluzione: non vi è più nessuna enunciazione lineare del testo, che viene sbriciolato nelle sue sillabe e sparso per tutto lo spazio. Il testo sprofonda completamente nella musica, diventa musica esso stesso. In questo modo Nono crea una linea di continuità col Liebestod wagneriano e col finale del Moses und Aron, “O Wort, du Wort, das mir fehlt”. Per seguire questo principio espressivo, Nono decide per così dire di scendere nelle piazze, di calare la musica direttamente nella realtà (viene in mente la Lettera di Lord Chandos di Hugo von Hofmannsthal…), e, come dichiarerà in un’intervista per il programma C’è musica & musica di Luciano Berio, sceglie una parte (anche ideologica) precisa, per far scaturire da lì tutta la passione. Si tratta di un percorso coraggioso, che però nel corso degli anni più volte corre il rischio intrinseco di sbilanciarsi in una sorta di propaganda, e che ha una sorta di doppio naufragio alla fine degli Anni Settanta, da una parte con Al gran sole carico d’amore (1975) l’opera (se così ancora la si può definire), che al tempo fu percepita come una specie di mammut musicale, e dall’altra con una sempre più pronunciata delusione nei confronti della politica reale. Nono lascia da parte i manifesti e si mette alla ricerca di un altro suono, un suono che sia insieme anche spazio. La ricerca lo porta dapprima al quartetto Fragmente – Stille, an Diotima (1980), nel quale il rapporto col testo raggiunge un punto estremo: da un lato i frammenti di Hölderlin, cui le differenti sezioni del quartetto s’ispirano, non devono essere in alcun modo enunciati o portati a conoscenza del pubblico, ma devono restare col solo esecutore, nel suo spirito, per così dire; dall’altra il testo musicale stesso raggiunge un livello di tensione estremo, in cui ciò che si vede scritto in partitura non corrisponde al risultato sonoro, come per una specie di sdoppiamento. Una soluzione di questa sua ricerca sonora Nono la trova provvisoriamente col live electronics, col quale egli comincia a lavorare a Friburgo presso lo Studio Sperimentale della Heinrich-Ströbel-Stiftung. La grande opera che nasce da questo contesto è il Prometeo – Tragedia dell’ascolto (1984), un arcipelago di “isole musicali” senza scena e senza una vera e propria azione, ma con un dramma intimo tutto musicale, in cui, raddoppiando l’enunciazione wagneriana, non solo il Tempo si fa Spazio, ma lo Spazio si fa Tempo. Lo sfasamento tra il suono eseguito e la sua percezione spazio-temporale porta a ribaltare la coscienza percettiva dello spettatore, causando una vera e propria commozione (almeno nella mia esperienza personale), che va molto al di là della semplice partecipazione emotiva a un’idea e coinvolge tutto l’essere. Chiaramente un’esperienza simile non è in alcun modo riproducibile in disco, e resta famoso l’aneddoto secondo cui Nono, avendo ricevuto un LP con l’incisione di uno dei suoi lavori col live electronics, gettò il disco dalla finestra… Il Prometeo, “nel deserto invincibile”, è idealmente il primo dei “caminantes”, secondo un’iscrizione che Nono lesse in un monastero di Toldeo; “Caminante, no hay caminos. Hay que caminar” (“non ci sono cammini, c’è solo il camminare”). Virtualmente tutti i lavori successivi, fino alla morte del compositore, fanno parte del ciclo dei “caminantes”, talvolta esplicitamente nel titolo (No hay camino, hay que caminar… Andrej Tarkowskij, 1987; Caminantes… Ayacucho, 1987 e “Hay que caminar” soñando, 1989), più spesso con riferimento all’esecutore o al dedicatario (di volta in volta Pierre Boulez, Massimo Cacciari, Gidon Kremer,Roberto Fabbriciani, Giancarlo Schiaffini). L’idea del “cammino” porta in alcuni casi a un risultato irripetibile, in quanto l’intera composizione viene improvvisata sul momento, seguendo gli impulsi diretti dell’esecutore, del luogo e dell’istante, e risultando perciò irripetibile – come nel caso di Découvrir la subversion. Hommage à Edmond Jabès (1987) o nel caso del Post-Praeludium n.3 “BAAB-ARR” per flauto con Roberto Fabbriciani (1988), improvvisato su una nota sola e a proposito del quale il compositore avrebbe poi detto al flautista:”Sai, penso che una nota sia troppo…”

Il rapporto emozionale che mi lega a Lugi Nono è molto intenso: sono entrato nel mondo della musica contemporanea grazie all’ascolto ripetuto e ossessivo di Como una ola de fuerza y luz (1972), che a casa mia veniva chiamato “il fischio” a causa del penetrante suono bianco che letteralmente buca il tessuto musicale poco prima della fine, o anche il pezzo che un mio conoscente di allora definì “pianoforte buttato giù per le scale”; ho pianto a dirotto quando Nono improvvisamente è morto, manco fosse un mio parente stretto; uno dei corsi che ho seguito con Romano Pezzati al Conservatorio di Firenze riguardava proprio la musica di Nono (e in particolare il Quartetto); mi sono finto elettricista per entrare all’esauritissima esecuzione del Prometeo a Milano nel 2000 e di Nono sono riuscito ad ascoltare live quasi tutto. Inoltre Nono ha dedicato uno dei suoi pezzi a uno dei miei registi più amati, Andrej Tarkowskij. Nono ha rappresentato anche il mio trait-d’union con la musica di Wolfgang Rihm, che alla morte del compositore dedicò alcuni pezzi, tra cui soprattutto uno, La lugubre gondola/ Das Eismeer (1992), ascoltato da me con grandissima emozione in concerto a Reggio Emilia – e del quale non v’è al momento alcuna incisione ufficiale.

Gli esempi musicali che propongo qui sono (in questo caso più che mai) solo – e a malapena – indicativi: intanto, niente può sostituire l’esperienza live di questi pezzi (e vale anche per il Quartetto!), e in secondo luogo, se proprio si vuole arrivare a qualcosa che si approssimi un pochino al suono di questi pezzi, bisognerebbe davvero disporre di un cd e di un buonissimo impianto stereo. Detto questo, limito la mia scelta a tre pezzi. Il primo è (obbligatoriamente) Il canto sospeso (nellesecuzione di riferimento di Claudio Abbado, altro grande amico di Nono), gli altri due (meno famosi, ma da me più amati) sono il già citato Como una ola de fuerza y luz e Caminantes… Ayacucho, che io ascoltai la prima volta per radio (e precisamente l’esecuzione che riporto qui, oggi finalmente disponibile in cd), fantasticandoci per anni, non da ultimo per la costruzione per quinte.

Luigi Nono: Il canto sospeso (1956)

@Sony @Polyphonie X

Luigi Nono: Como una ola de fuerza y luz (1972)

@ Various Artists – Topic

Luigi Nono: Caminantes… Ayacucho (1987)

@Kairos @Naxos @Susanne Otto (tema)